...irrequietezza, confusione
e malessere!
L’esperienza dello stare con se stessi, dell’invitarsi a vivere un istante di calma e di silenzio, al di là del modo, dell’etichetta(1) data alla pratica, può creare disagio, anche rifiuto.
Non è raro che varie persone riferiscano sensazioni negative provate nel porsi in un momento di centratura o nell’accostarsi ad una pratica meditativa.
Il più delle volte si tratta di un’emozione non ben determinata: l’emergere di tanti
pensieri fuori controllo, il bisogno di muoversi di continuo senza riuscire a
trovare una posizione comoda, anche la sensazione di perdere tempo, di far
attendere tutto quel che resta da fare e che non finisce mai di accumularsi…
“Perché sottoporsi a questa pena?”, “Serve a qualcosa?”, “Sarò io che non sono capace o non sono portato?” sono i quesiti più frequenti.
“Parli di quiete, chiarezza e benessere”, dicono, “ma a me tutto questo sortisce gli effetti opposti!”.
Cosa c’è dietro la quiete,
la chiarezza e il benessere? Cosa significano veramente?
“Perché sottoporsi a questa pena?”, “Serve a qualcosa?”, “Sarò io che non sono capace o non sono portato?” sono i quesiti più frequenti.
“Parli di quiete, chiarezza e benessere”, dicono, “ma a me tutto questo sortisce gli effetti opposti!”.
Per farla breve, se ti siedi, chiudi gli occhi, fai un respiro profondo e, toh, inizi a friggere o a bollire, quella roba lì, chiamala come vuoi, CENTRATURA, MEDITAZIONE, MINDFUL…CHE?…, non sta mica suscitando stranezze, anzi, per la verità non sta sortendo ancora proprio nulla. Tu stai osservando il tuo stato: evidentemente stavi friggendo o bollendo già prima, solo che sei…siamo, troppo abituati per accorgercene; come quando il rumore indistinto copre il cigolio, ma non appena lo sentiamo, il cigolio inquieta e temiamo che qualcosa sia usurato e stia per rompersi.
A quella irrequietezza, a quella confusione, a quel malessere…al rumore che sovrasta tutto ci siamo assuefatti, più precisamente ci siamo mitridatizzati.
In poche parole, semplificando un po’, migliori una cosa? Bene, migliori tutto! Peggiori una cosa? …insomma, ci siamo capiti.
La meditazione, grossolanamente, allena, consente apprendimenti definitivi e abitua l’essere ad una condizione superiore, più realistica, più armonica, più funzionale.
Quel che resta è un bacino di quiete, perfuso da acqua sorgiva purissima. Attraverso l’acqua cristallina e placida si vedrà facilmente il fondo. Con la quiete giunge la chiarezza.
Se siamo in pace e riusciamo a vedere tutto perfettamente, staremo bene. Ecco! Quiete, chiarezza, benessere.
Per il principio olistico ciò significa che ogni pratica parte da una certa area di intervento, sulla quale vi è appunto l’accento e l’enfasi iniziale e di fondo, e al contempo agisce su tutto il resto.
Il benessere è sì una logica conseguenza o co-emergenza della quiete e della chiarezza, ma ha anche un significato specifico: alcune pratiche intervengono direttamente sugli aspetti corporei, sulle energie vitali – i venti intelligenti, i prāṇa – allineando così l’evoluzione fisica a quella mentale.
L’origine di queste pratiche si perde nella notte dei tempi; è ben più antica del Buddha storico.
L’ordine presentato non è affatto così vincolante o evidente. Nel Tantrayāna, ad esempio, la parte stabilizzante è svolta all’interno, co-emerge, con le pratiche discernenti e tutte e due insieme possono essere considerate come preliminari o come pre-requisiti per lo svolgimento di meditazioni più complesse.
Altre volte si anticipano, si simulano, pratiche superiori, che richiederebbero un lavoro più sottile, pur non avendo acquisito stabilmente i frutti dei veicoli inferiori, proprio come fosse un allenamento, come per lubrificare il sistema olistico, per prepararlo, per accelerare l’ottenimento di certi risultati.
Alcune tradizioni, è il caso dell’'Aṣṭāṅga Yoga, o Rāja Yoga, di Patañjali, ribaltano l’ordine precedente, descrivendo prima gli aspetti apparentemente più fisici, le famose āsana, le posizioni – Patañjali prescrive solo che siano stabili, soddisfacenti e comode; l’importanza è l’immobilità del corpo in una concentrazione fisica che ha per oggetto una data postura – e Prāṇāyāma, che non sono banalmente esercizi respiratori ma è il rivolgere l’attenzione e focalizzarla sulla vita biologica.
Calmo significa assente di volatilità mentale e di torpore(3).
Stabile nel senso di focalizzato su uno specifico oggetto di meditazione.
Questo stato è detto Śamatha (sans.; tib. zhi-gnas) tradotto come calma permanenza, o calmo dimorare. Esso unisce due fattori mentali, la concentrazione assorta, non distraibile, e un senso di benessere fisico e mentale, una sensazione non disturbante, costruttiva, di flessibilità, di completo adattamento nel rimanere concentrati; sensazione esaltante e beata al tempo stesso(4).
Giusto per allinearci sul vocabolario, in letteratura quando ad un primo fattore mentale risultante, in questo caso la concentrazione assorta, se ne aggiunge un secondo, qui il senso di benessere fisico, per produrre nell’insieme un determinato stato mentale (Śamatha), il secondo fattore viene detto incluso, o consapevolezza secondaria.
Si sente talvolta parlare della tecnica Shamatha. Possiamo considerarla come la categoria di quelle tecniche che in comune hanno la finalità stabilizzante e che prendono il nome dallo stato mentale risultante. A seconda delle tradizioni e delle istruzioni specifiche queste tecniche presentano differenti peculiarità per modalità, oggetti meditativi e sviluppi.
Lo stato di Śamatha è esclusivamente uno stato della coscienza mentale, e non delle coscienze sensoriali. Per produrre uno stato di concentrazione assorta i fattori mentali che entrano in gioco sono quelli noti di attenzione, presenza mentale, concentrazione (vedi MINDFUL…CHE?) e vigilanza (vedi ABITUDINE BENEFICA). Si ottiene passando per degli stadi, incontrando e superando gli ostacoli della volatilità e del torpore, ossia, come si diceva all’inizio, friggendo e bollendo!
In questo contesto possiamo continuare a considerare il respiro come oggetto di meditazione, oppure un punto virtuale (vedi A ME GLI OCCHI…).
Qui è opportuno semplicemente osservare che lo stato mentale da sviluppare e l’oggetto di cognizione devono essere scelti prima di incominciare pratica e poi tale scelta deve essere rispettata durante la pratica stessa. Pare una regola banale, ma non lo è: se si è scelto il respiro, non si aggiunge la propriocezione o l’osservazione dei pensieri (consapevolezza riflessiva), si resta sul mero percepire l’atto del respirare (che è ancora differente dal dire che osserviamo il movimento addome-torace-spalle o che osserviamo il flusso d’aria dalle narici). Con la pratica si imparerà a percepire l’ingombro e la sovrabbondanza di oggetti cognitivi addizionali quali il suono del respiro e il conteggio e a farne progressivamente a meno.
- nella prima fase si stabilisce la mente sull’oggetto, cioè si è semplicemente in grado di indirizzare (incollare e dimorare) l'attenzione sull’oggetto senza essere in grado di mantenerla;
- nella seconda fase si stabilisce la mente con un po’ di continuità, ossia l’attenzione viene mantenuta sull’oggetto soltanto per un breve periodo di tempo prima di perderla, dopodiché si impiega un po’ di tempo prima di riconoscere l’avvenuta perdita dell’oggetto e prima di ristabilire l’attenzione;
- nella quarta fase si stabilisce accuratamente l’attenzione sull’oggetto, perciò l’attenzione non viene persa, ma si è soggetti alla volatilità mentale sottile (pensieri di sottofondo) e al torpore intermedio (perdita di acutezza e brillantezza). Queste tendenze vengono contrastare con la perseveranza e il controllo;
- la quinta fase è quella del domare, nella quale, come conseguenza, in sintesi, di un eccesso di controllo, si sperimenta il torpore sottile della scarsa freschezza della concentrazione. In questa fase la concentrazione viene risollevata e rinvigorita ponendo una quota di presenza mentale sul ricordo dei benefici di acquietamento e di benessere psicofisico che si otterranno conseguendo finalmente lo stato di Śamatha;
- nella settima fase si ottiene la completa pacificazione, applicando sottilmente i fattori mentali per liberarsi definitamente dalla volubilità sottile e del torpore sottile;
- l’ottava fase è quella dell’esclusività, nella quale con un minimo impegno cognitivo residuo si è in grado di sostenere ininterrottamente la concentrazione sull’oggetto, senza alcuna volatilità o torpore;
- la nona e ultima fase, prodromo dello stato di Śamatha, è quella della stabilità assorta In questa fase si è in grado di mantenere la concentrazione senza nessuno sforzo, senza nessuna interruzione, ottenendo la concentrazione assorta (samadhi).
L’evoluzione concentrativa oltre ad essere vista dalla prospettiva dell’acquietamento, può essere osservata anche sotto il profilo complementare dell’alleggerimento dalle condizioni dissonanti, oscuranti, e quindi come un primo passo, pur rimanendo nelle funzioni cognitive ordinarie e per lo più concettuali, verso il dimorare nello stato naturale della mente.
A chi, qualche tempo fa, mi chiedeva: “Cosa mi suggerisci allora in alternativa alla mindfulness…sai quella del respiro…” scherzando ho risposto che l’unica vera alternativa, letteralmente, poteva essere solo una lunga lunga apnea…
Sulla respirazione si può scrivere un’enciclopedia.
Respirazione, perché? Perché è un fenomeno, vitale, neutro e facilmente “trovabile” (rispetto, ad esempio, del battito cardiaco) e modulabile volontariamente (cosa assolutamente non immediata da fare con il battito cardiaco).
Prima ancora di considerarla come vero e proprio oggetto di meditazione, pensiamo alla semplice esperienza dell’accorgersi di stare respirando. Questo accorgersi è in sé più o meno invasivo: orientando l’attenzione alla respirazione è difficile lasciare invariato il susseguirsi spontaneo degli atti respiratori; è più frequente applicare percettibilmente una qualche variazione, che dovrà comunque essere volta a rendere gli atti respiratori più profondi, più regolari, più lenti, e con una più marcata distinzione tra le varie fasi e i movimenti indotti dalla muscolatura coinvolta.
Per enciclopedia, usando il vocabolario tipico delle pratiche Prāṇāyāma, l’atto respiratorio è suddiviso in quattro fasi: inspirazione (puraka), pausa (antara kumbhaka), espirazione (rechaka), pausa (bahya kumbhaka).
I movimenti colgono insieme, o impostando determinate sequenze, o isolandole, le varie aree anatomiche coinvolte: diaframmatica/addominale, toracica (intercostale, sterno, scapole), clavicolare.
A livello preliminare, come inteso nel contesto del presente scritto, è sufficiente portare l’attenzione sull’atto respiratorio generale, rallentarlo e regolarizzarlo, senza nessuna forzatura in termini di profondità di inspirazione e di espirazione, o di durata delle pause in apnea. Per accentuare la presa cognitiva può essere utile imprimere una certa rumorosità agli atti respiratori, oppure contarli (ad esempio partendo da 12 e decrescendo…non è così scontato arrivare a 1! Se si perde il filo, si ricomincia daccapo!).
Un altro punto di vista, più generale, è quello di considerare come manifestazione di volatilità e torpore il pensiero narrativo, la discorsività mentale, come divagante nel passato e nel futuro e disallineato dall’esperienza sensoriale e mentale presente.