In alcune pagine già
pubblicate (vedi MINDFUL…CHE?, ABITUDINE BENEFICA, AL NATURALE) la
parola “mente” è stata dissezionata. L’attività mentale, le coscienze,
i fattori mentali, tutto pare avere una terminologia specializzata.
Ai praticanti del Buddhadharma o del Sanātanadharma (hindūismo) sono quindi richieste attitudini e sensibilità sulle questioni riguardanti la mente superiori a quelle che occorrono nella comune visione occidentale?
Vi racconto un fatto a proposito dei Lapponi. I Sami(1) non hanno una parola per dire “onestà”. Usano delle perifrasi, ci girano attorno(2). Ciò non significa che i Sami hanno così poco a che vedere con l’onestà al punto che nella loro lingua manca una parola apposta!
Il fatto che in Occidente il vocabolario a proposito di mente sia meno articolato rispetto a quanto lo sia in Oriente, non implica gli Occidentali che non sappiano cosa essa sia o che non la usino.
Facendo un esempio all’estremo opposto, il popolo Yup'ik, indigeni dell’Alaska occidentale, ha oltre novanta parole per “ghiaccio”, molte delle quali usate per specificare con precisione se ci si possa camminare sopra o meno. La linguistica ci spiega che questa varietà e minuziosa differenziazione dei termini non dipende dalle particolari capacità percettive di una popolazione, ma, più semplicemente, dalla necessità pratica di avere una specializzazione in certe aree di competenza, nel caso degli Yup'ik certamente stimolata dal bisogno atavico di interagire con il loro ambiente vitale in condizioni di sicurezza(3).
Come dire…la popolazione non specializzata può accontentarsi di usare il solo vocabolo “ghiandole”, la popolazione degli endocrinologi è opportuno che impari a specificare “ipofisi”, “gonade”, “surrene”, “paratiroidi”, ecc.
Secondo l’approccio linguistico, quindi, non vi è ragione di pensare che gli Orientali usino la mente superiormente rispetto agli Occidentali, semplicemente, hanno seguito storicamente delle dottrine esposte con maggiore specializzazione sul versante meditativo e che hanno perciò richiesto l’uso di una terminologia più articolata per trattare gli aspetti mentali.
Ai praticanti del Buddhadharma o del Sanātanadharma (hindūismo) sono quindi richieste attitudini e sensibilità sulle questioni riguardanti la mente superiori a quelle che occorrono nella comune visione occidentale?
Vi racconto un fatto a proposito dei Lapponi. I Sami(1) non hanno una parola per dire “onestà”. Usano delle perifrasi, ci girano attorno(2). Ciò non significa che i Sami hanno così poco a che vedere con l’onestà al punto che nella loro lingua manca una parola apposta!
Il fatto che in Occidente il vocabolario a proposito di mente sia meno articolato rispetto a quanto lo sia in Oriente, non implica gli Occidentali che non sappiano cosa essa sia o che non la usino.
Facendo un esempio all’estremo opposto, il popolo Yup'ik, indigeni dell’Alaska occidentale, ha oltre novanta parole per “ghiaccio”, molte delle quali usate per specificare con precisione se ci si possa camminare sopra o meno. La linguistica ci spiega che questa varietà e minuziosa differenziazione dei termini non dipende dalle particolari capacità percettive di una popolazione, ma, più semplicemente, dalla necessità pratica di avere una specializzazione in certe aree di competenza, nel caso degli Yup'ik certamente stimolata dal bisogno atavico di interagire con il loro ambiente vitale in condizioni di sicurezza(3).
Come dire…la popolazione non specializzata può accontentarsi di usare il solo vocabolo “ghiandole”, la popolazione degli endocrinologi è opportuno che impari a specificare “ipofisi”, “gonade”, “surrene”, “paratiroidi”, ecc.
Secondo l’approccio linguistico, quindi, non vi è ragione di pensare che gli Orientali usino la mente superiormente rispetto agli Occidentali, semplicemente, hanno seguito storicamente delle dottrine esposte con maggiore specializzazione sul versante meditativo e che hanno perciò richiesto l’uso di una terminologia più articolata per trattare gli aspetti mentali.
In italiano la mente è “mente”, si usa “mente” in “mente e corpo”.
In tedesco, lingua tecnica per filosofi, “mente e corpo” è “Geist und Körper”, che in italiano suona, alla lettera, “spirito e soma”. Ma la mente è anche, oltre che spirito, “Verstand” (che in tedesco significa pure intelletto, intelligenza).
In francese c’è ancora meno equivoco: “mente” è proprio “esprit”, spirito.
In giapponese, i cui ideogrammi derivano dai sinogrammi kanji, è lo stesso: “kokoro” (心).
心, xīn, kokoro, come lo si voglia scrivere o pronunciare, è al contempo l’organo che pompa; il cuore metaforico, inteso come centro, parte essenziale di qualcosa; la mente; la dimensione spirituale.
Ciò conferma il fatto che, in una data lingua, l’assenza di termini specializzati non sottende affatto la mancanza di considerazione per l’argomento.
In italiano il corpo è “corpo”, è lo stesso “corpo” di "mente e corpo". Altri termini, ad esempio soma, come dicono i Tedeschi nella stessa locuzione, suonerebbero affettati se li portassimo nella lingua parlata quotidianamente.
Tuttavia il soma ce lo abbiamo eccome. Saprà un po’ di anatomia, di nosocomio forse, ma è esattamente quella parte di noi che finisce prona quando ci inciampiamo, quella che ci fa da attaccapanni, quella che dobbiamo sdraiare su un materasso prima del sonno se vogliamo svegliarci riposati…insomma, è la parte solida, fisica materiale del corpo.
Per fugare ogni fraintendimento soma è ciò che diventerà (…vi vedo…), nel dubbio, salma (cioè, etimologicamente, un carico, un peso) e, con certezza, per dirla alla de Maistre, Caro Data Vermibus.
La lingua tedesca, rigida com’è, considera solo il Körper, il soma? Certo che no. Corpo è anche “Leib”, la parte vitale, soggetto di esperienza. Un conto è essere o avere mente e corpo, Geist und Körper, un conto è mettersi su qualcosa con anima e corpo, mit Leib und Seele (ted. Seele, anima).
I Francesi sul corpo ci assomigliano. Per loro è “corps”.
Pure in inglese si è confermato l’uso di un solo termine: “body”, di origine germanica; il francesismo “corps” è impiegato solo più come collettivo (marines corps, peace corps, ecc.).
Nella lingua cinese e in quella giapponese, assecondando la necessità di tradurre la parola “corpo” così come intesa nei testi occidentali, si è diffuso l’utilizzo di termini composti che cercano di integrare le varie stratificazioni di senso(4).
Nel cinese è il caso di “shēntǐ” (身体), in realtà già presente nella lingua classica per indicare una condizione complessiva di accordo e armonia tra le parti che compongono l’individuo: fisica, sensoriale, psichica, emotiva.
Analogamente, con la stessa accezione, nel giapponese si usa “shintai” (身体).
Oltre ai termini compositi di recente uso generale, entrambe queste lingue hanno più termini per esprimere “corpo” da angolature differenti.
Partendo dal termine composto di prima, in cinese “shēn” (身) è l’individualità personale, “tǐ” (体) è l’essere costitutivo; la forma manifesta è invece “xíng” (形). Se “yòng” (用) è, in generale, la funzione, 体用 “tǐyòng” è il corpo quando se ne fa uso.
Il concetto “qì” (氣), in giapponese “ki”, di difficile definizione, che ha a che vedere con le energie fondamentali dell’universo – sostanzialmente pari al sanscrito prāṇa – concretizzandosi, condensandosi nel corpo vivente, lo rende 体氣, “tǐqì”, il corpo come inteso dalla medicina tradizionale e dalle arti marziali.
Il giapponese, mutuando i caratteri continentali, rispecchia le stesse componenti: “shintai” (身体) è il corpo nel suo insieme generale, “karada” (体), pronunciato anche “tai”, è il soma, il Körper; “mi” (身), pronunciato anche “shin”, è il Leib.
Lo spirito è indivisibile dalla materia.
Nell’ambito buddhista cinese si dice shēn“xīn rúyī (心身如一), corpo vitale e dimensione spirituale/mente/cuore, come uno (uniti, come una sola cosa)(5).
Altrove si tende a specificare, implicitamente a separare fino a contrapporre, il corpo, la mente e lo spirito; qui invece lo spettro semantico del solo ideogramma 心 già si articola in una continuità di significati che rappresentano l’evoluzione dell’energia, la quale prima si condensa in materia per raffinarsi finalmente in spirito, definendo così la compresenza necessaria ed inscindibile di tutti i livelli dell’essere.
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Questione, quella dell’esprimersi al positivo o al negativo, tutt’altro che insignificante.
Ad esempio alcuni dei concetti fondamentali del Buddhadharma sono espressi al negativo o con la “a” privativa. Ad esempio: (sans.) anitya (pali, anicca), la non-permanenza (impermanenza), anātman (pali, anattā) il non-sé; naiṣkramya (pali, nekkhamma), il non-desiderio; come a sconfessare l’esistenza di ciò che nella realtà convenzionale è dato per vero, ma che nella realtà più profonda è riconosciuto come illusorio.
I traduttori occidentali dei testi canonici del buddhismo si trovano spesso a dover prendere le misure alle doppie negazioni con le quali i concetti vengono specificati. Questa attitudine è significativa, specie se si vuole ridurre a una definizione concettuale ciò che per sua essenza concettuale non è. Potendo sperimentare, in ultima analisi, ciò che una data realtà “è” solo in modo non concettuale, intuitivamente, la si riduce concettualmente descrivendo tutte le realtà diverse che “non sono quella” per poi affermare che quella realtà è la sola che non è “quelle altre”. Astruso?
Giusto per accennare, uno dei concetti essenziali ed onnipervasivi, quello della vacuità (sans. śūnyatā; pali, suññatā), è definito anche così: l’assenza totale di modi impossibili di “esistere”, o ancora più precisamente, l’assenza totale di modi impossibili di “stabilire l’esistenza convenzionale di qualsiasi cosa”.
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