Passa ai contenuti principali

MINDFUL...CHE?

 
BONUS PAGE !


"Per il cervello ha senso parlare di riposo? É possibile che i neuroni siano completamente inattivi? E si riesce davvero a non pensare a niente? [...] il cervello è sempre attivo. [...] A riposo attiva una rete neuronale chiamata rete cerebrale di default (n.d.r. default mode network, abbr. d.m.n.). [...] 
Le [...] moderne tecniche di rilassamento [...] allenano il cervello a modificare rapidamente [...] le comunicazioni a lunga distanza.  Nel corso delle sedute di meditazione [...] si osserva un rallentamento del ritmo delle onde cerebrali, [...] il soggetto è riuscito a liberarsi dagli stimoli esterni ed è arrivato a concentrarsi su se stesso. [...] questa frequenza si può estendere ai lobi frontali e scatenare così una sensazione positiva di benessere. Una sincronizzazione del ritmo tra emisfero destro e sinistro potrebbe esercitare un effetto antidepressivo.
Nel corso dell'addestramento si vedono comparire onde lente di tipo theta (< 8 Hz) sotto forma di periodi di alcuni secondi distribuiti su un esercizio che dura tra i 5 e i 15 minuti; è lo stesso ritmo che il cervello ha prima di entrare in una fase di sonno leggero. Questa attività sincronizzata è la prova di un rilassamento efficace.
Dopo alcune settimane di pratica - con due o tre sessioni alla settimana - [...] l'attività elettrica del cervello dimostra una maggior capacità di sincronizzazione delle reti neuronali caratterizzata da un ritmo lento, alfa (n.d.r. 10 Hz, corrispondente al d.m.n.) o theta.
Tali esercizi, che richiedono un metodo rigoroso e una pratica duratura e assidua, sono indubbiamente vantaggiosi  per il miglioramento della plasticità sinaptica delle reti neuronali oltre a essere utili per un miglior controllo delle emozioni, dell'ansia, dello stress e per produrre una sensazione di calma e serenità."
da Bernard Sablonnière - Una nuova geografia del cervello - Ed. Dedalo, 2018

Mindful...che?

Alla luce di quanto scientificamente descritto dal medico e biologo francese Sabblonnière, specialista in malattie neurodegenerative, citato in epigrafe, ho fatto a me stesso una solenne promessa: "Non ti offenderai più se ti dicono che la mindfulness è di moda e che bastano cinque minuti ogni tanto!".
Infatti i segmenti citati sono estratti dal capitolo intitolato "Jogging neuronale", dedicato ai benefici dello sport e del riposo sul cervello.
Quindi sappi che quando siamo nel dubbio se scegliere tra il nuoto ("...noo! E se esco coi capelli umidi e poi mi ammalo?"), o il jogging ("...noo! D'inverno fa freddo!"), o la palestra ("...noo! Lì son tutti grossi; farei brutta figura..."), probabilmente la mindfulness, la "trascendentale", il training autogeno o lo yoga de noantri faranno al caso nostro!
Per favore, però, consideriamole attività para-meditative, non meditazione(1).

A proposito di mindfulness, ma cos'è?
É una pratica (para)meditativa, un sistema di tecniche integrate in protocolli di trattamento psicologico (es. MBSR Mindfulness-based stress reduction; MBCT Mindfulness-based cognitive therapy; ecc.), o come "ponte" formativo per psicoterapeuti (es. Rokpa Trust).
Questo farebbe già intuire una certa qual parzialità o quantomeno disallineamento del metodo nel considerare fare la pratica della mindfulness al di fuori di un protocollo complessivo di trattamento o delle organizzazioni formative originarie.
Il progetto divulgativo-educativo del Rokpa Trust, emanazione del monastero Kagyu Samye Ling in Scozia, fu promosso da Robert G. Nairn, magistrato e criminologo sudafricano, profondo praticante buddhista, prima nella tradizione Theravada, poi in quella Karma Kagyu e sin dal 1964 nominato insegnante di Dharma dal Dalai Lama. Il protocollo MBSR è stato sviluppato nel 1979 da Jon Kabat-Zinn (New York-USA, 1944), biologo e seguace di maestri della tradizione Zen/Chán. L'opinione più diffusa è che sia quest'ultimo l'"inventore" e massimo promotore della mindfulness, opinione non del tutto corretta.
Campanilismi a parte, è evidente comunque che mindfulness e pratiche di meditazione buddhiste siano in qualche modo in relazione(2).

Altro concetto di moda, anzi, inflazionato, è consapevolezza.
Quando è usato comunemente per dire, ad esempio, "sii ben consapevole di cosa ti aspetta, ...della scelta che hai fatto", il concetto mi è ben chiaro, nulla da eccepire; appena però lo sento in un contesto di sviluppo interiore, francamente mi viene l'orticaria.

Ricordi quando ti chiedevo (in Meditazione) cos'è per te "mente"? Bene...consapevolezza ha a che fare con mente e siccome siamo in ambito buddhista, dobbiamo guardare un po' più da vicino cosa è "mente" nel Buddhadharma.
Ora la faccenda si complica e ti chiedo di avere un po' di pazienza.

Secondo il Buddhadharma(3) la mente ha aspetti che possiamo definire cognitivi (schematizziamoli sommariamente in "attentivi", relativi all'attenzione, e affettivi) ed energetici (che a loro volta interagiscono con il soma, il corpo). In questa accezione la mente è (sans.) prāṇa, che viene tradotto in modi differenti, ma che in questo contesto ha l'accezione di vento intelligente (l'elemento aria qui è animato ed è gnosi).

L'attività mentale si può considerare quindi suddivisa in livelli; intuitivamente possiamo dire dal più superficiale, o grossolano, al più profondo, o sottile (...e quando si parla di crescita personale, profondo e sottile diventano anch'essi termini inflazionati, ma purtroppo il ventaglio sinonimico questo ci consente...).
Alcune scuole considerano tre livelli: attività mentale grossolana (legata agli aspetti sensoriali), sottile e più sottile, quest'ultima detta chiara luce (tibetano 'od-gsal).
Altre scuole considerano due livelli: attività mentale ordinaria, limitata (tib. sems) e attività mentale allo stato naturale, priva di limitazioni (tib. rig-pa).
Le due suddivisioni non sono del tutto sovrapponibili ed esporre le finissime differenze tra rig-pa e chiara luce (il rig-pa è una parte della chiara luce), e di quale parte di chiara luce sia nel sems, eccede veramente le finalità di questo scritto(4). Qui per ora ti basti sapere che il Buddhadharma contiene le istruzioni per diventare Buddha, perciò con la meditazione si deve poter entrare nei più sottili aspetti del rig-pa e della chiara luce, nei più intimi campi vitali del nostro essere, inteso come sistema olistico psicosomatico - mente, corpo e spirito.

La mente per come la conosciamo noi è sems (sans. chitta).
Come hai notato, ho usato in modo intercambiabile mente e attività mentale. Nel buddhismo infatti la mentesems, è lo sperimentare, soggettivo, individuale, istantaneo delle cose (per "cose", restiamo qui sul vago, ma considera che è tutto quanto è sperimentabile interiormente ed esteriormente: una papaya che puoi vedere, annusare, assaggiare, toccare; il suono di una cetra, un pensiero, un ricordo, ecc. -  nel buddhismo ciò di cui facciamo esperienza sono detti fattori aggregati - sans. skanda - sui quali non mi dilungo).
La mente quindi è l'azione in sé, è l'attività, mentale appunto, dello sperimentare. Non è una cosa agente una funzioneCosa è ora l'abbiamo detto.
Dal punto di vista del come sperimenta, sems è definita mera (tib. tsam) lucidità - o chiarezza - (tib. gsal) e consapevolezza (tib. rig).
Ecco finalmente la prima capocciata dentro la consapevolezza! Una cosa per volta. Non è ancora quella che tu pensi!
Siccome in questa lingua "mente" è un verbo (sperimentare), anche "lucidità" e "consapevolezza" sono due verbi.
Lucidità, o chiarezza, qui significa "sorgere": ciò che la mente sperimenta istantaneamente sorge, compare (non necessariamente in senso visivo, può comparire un pensiero, un ricordo, un suono ecc.), per poi scomparire e lasciare comparire ciò che si presenta l'istante successivo e così via.
Consapevolezza qui significa "interagire", "prendere" cognitivamente ciò che è sorto.
In quell'istante in cui l'immagine, la rappresentazione dell'oggetto, è sorta e scomparsa, lucidità non ha implicato l'aver messo più o meno a fuoco (per usare una metafora visiva) tale rappresentazione, e consapevolezza non ha implicato l'aver compreso più o meno bene, più o meno correttamente, la rappresentazione stessa.
Il sorgere e l'interagire sono due aspetti co-emergenti, simultanei, della stessa attività della mente che è sperimentare.
Quanto ciò sia soggettivo e individuale è intuitivo. Un cane sente gli ultrasuoni, io no. Oppure, posso essere abbastanza convinto che quella cosa in mezzo al tavolo è la fiamma di una candela, ma appena tolgo gli occhiali, per me che sono molto miope, quella cosa potrebbe forse essere una piccola albicocca troppo matura su un'alzatina bianca.
Manca il mera. Mera è da intendersi come solo, nel senso di una cosa che esclude l'altra. Cosa è escluso? Innanzitutto, come già detto, è escluso che la mente sia una cosa che fa qualcosa, l'agente di una funzione, inoltre, e soprattutto, è escluso che ci sia un Io, una persona separata, io o tu ad esempio, che stia facendo qualcosa, che stia usando la mente come una cosa, come uno strumento. L'esperire della mente semplicemente, meramente appunto, accade.

In quali e quanti modi si svolge l'attività mentale e in quali e quanti modi essa ci rende consapevoli (tib. shes-pa) di qualcosa?
Stooooop! Visto? In fatto di mente noi occidentali abbiamo un vocabolario limitato, ma qui i tibetani cambiano parola, da rig a shes-pa. Alcune traduzioni usano il termine coscienza (da non confondere con la nostra accezione di separazione tra ciò che è conscio e inconscio).
Le varie scuole hanno elenchi e suddivisioni differenti, ma vi sono sempre delle coscienze primarie (tib. rnam-shes) - cinque sensoriali, una per ogni senso, e una propriamente mentale - e delle coscienze secondarie (tib. sems-byung), dette anche fattori mentali.
Le coscienze primarie sperimentano la natura essenziale di un oggetto (ad esempio, riferito alla vista, la coscienza visiva conosce una macchia rosea con cinque protuberanze sormontate da piccole macchie traslucide, in posizioni diverse nel tempo, ma che non sa interpolare. La coscienza mentale, che attribuisce categorie, etichetta, ed interpola, conosce che quella cosa si chiama "mano" e che si sta muovendo, e così via).
I fattori mentali sono quei modi di conoscere che supportano le coscienze primarie (dal punto di vista diciamo "attentivo") o ne danno un particolare tono affettivo, emotivo.
Altre scuole aggiungono altre voci di coscienze/consapevolezze più particolareggiate. Una in particolare è detta coscienza riflessiva (tib. rang-rig): semplificando, il conoscere le altre coscienze primarie e i fattori mentali. Essa ha per oggetto non direttamente l'oggetto della coscienza primaria o del fattore mentale, ma la coscienza stessa; in un certo senso la coscienza riflessiva fissa, per così dire, l'impressione che l'oggetto dell'esperienza ha fatto sorgere e conoscere istantaneamente con la coscienza primaria e il tono che ne ha dato il fattore mentale, dopodichè permette il successivo ricordo della cognizione (tib. dran-pa). Tornando all'esempio che ti facevo prima, è sommariamente come ammettere: "mi sto accorgendo che quello che sto vedendo è una mano che si muove". L'esempio che ho scelto è intuitivo, ma limitato: l'aspetto riflessivo, come tutte le altre coscienze, vale non solo per l'accorgersi conscio, ma è il cogliere riflessivamente anche impressioni subliminali, inconsce, ecc.

Avviciniamoci ancora un po', a piccoli passi, alla nostra meta.

Dei fattori mentali, alcuni sono sempre in funzione. Di questi, uno è detto prestare attenzione o tradotto anche come tenere a mente (tib. yid-la byen-pa). Brevemente la chiameremo attenzione. Essendo sempre in funzione, accompagna continuativamente sems nei suoi due aspetti di chiarezza, mettendo più o meno a fuoco l'oggetto di cognizione, e di "presa" (rig, consapevolezza), sia in termini di ciò che si pensa che l'oggetto sia (ricordi....una fiamma o un'albicocca matura?), sia in termini di fatica e meticolosità dell'interazione con l'oggetto (oggetto visto nei dettagli o sommariamente, oppure faticosamente, con poco sforzo, o spontaneamente, ecc.).

Altri fattori mentali sono detti di accertamento. Tra questi, due sono di particolare interesse.

Il primo è la presenza mentale che ricorda (tib. dran-pa; pāli sati; sans. smṛti), o brevemente presenza mentale, tradotto anche come ritenzione mentale, ed ha a che fare con la coscienza riflessiva, in un certo senso ne è una ricaduta (vedi sopra). Questo fattore ha tre caratteristiche: mantiene la familiarità con un oggetto già noto (ricordare), mantiene l'attenzione focalizzata, cioè persistente, sull'oggetto, infine non lo dimentica e non lo perde, prevenendo la divagazione mentale (che è uno dei fattori mentali disturbanti ausiliari - sans. klesha). L'analogia della presenza mentale è quello della colla: rende il prestare attenzione, l'orientamento cognitivo all'oggetto, più o meno forte o debole.

Il secondo è detto fissare mentalmente o concentrazione (tib. ting-nge-'dzin; sans. Samādhi). Questo fattore mentale fa in modo che il prestare attenzione sia, più o meno, esclusivo e continuativo su un oggetto "etichettato" mentalmente. Con il prendere mentalmente, interagire nel senso della consapevolezza (rig) coesiste un dimorare, uno stare sull'oggetto. Prendere e dimorare sono quindi due accezioni della stessa inter-azione con l'oggetto. In un certo senso il termine concentrazione pone l'accento sull'aspetto del dimorare, dello stare sull'oggetto. Quando la concentrazione diventa esclusiva su un dato oggetto, continuativa e senza sforzo, si parla di assorbimento, o concentrazione assorta. Il termine Samādhi più propriamente si riferisce allo stato dell'essere nella concentrazione assorta.

Una bella cavalcata, eh?!! Ebbene, tutto questo perché così, quando l'insegnante, dopo averti spiegato che mindfulness è la traduzione di sati, ti chiederà di porre l'attenzione, di diventare consapevole (sigh!), di accorgerti delle tue emozioni, dei tuoi pensieri, degli stati d'animo...beh, l'attività della mente che stai per così dire "osservando", tu saprai che non è sati, ma è rang-rig, la consapevolezza riflessiva! Grande soddisfazione!! Potrai finalmente intraprendere dotte dissertazioni con l'insegnante, e a quel punto la consapevolezza del respiro sarà un lontano ricordo! 



(1) La meditazione non è disgiunta dalla disciplina etica e dalla saggezza. Questi sono i tre volti interdipendenti di ogni sistema educativo superiore. Essi si trovano organizzati con formalizzazioni differenti, ma con sostanziali analogie, in varie dottrine orientali.
Nello Yoga Sūtra, il filosofo indiano Patañjali (convenzionalmente II sec. a.c.) ne fa una formulazione in otto stadi, l'Aṣṭāṅga Yoga, noto anche come Rāja Yoga, una dottrina alla base dell'induismo ortodosso.
Nel Buddhadharma (in breve, ma impropriamente detto, Buddhismo), l'insegnamento del Buddha storicoBuddha Śākyamuni - al secolo (in sanscrito) Siddhārtha Gautama (convenz. Lumbinī-Nepal 566 a.c. - Kuśīnagar-India, 486 a.c.)  vi è il sistema dottrinale detto Nobile Ottuplice Sentiero
Un modello interpretativo del Nobile Ottuplice Sentiero è quello secondo cui ciascuno degli otto sentieri viene collocato in un perfezionamento specifico, all'interno di un sistema di tre perfezionamenti che riguardano, appunto, l'etica (sans. śīla), la meditazione (sans. samādhi) e la saggezza (sans. prajñā).

(2) Così come la meditazione trascendentale, introdotta in occidente da Maharishi Mahesh Yogi (Pounalulla-India, 1918 - Roerdalen-Olanda, 2008) nel 1958 sta alla meditazione vedica; il training autogeno sviluppato negli anni '30 del XX sec. dallo psichiatra Johannes Heinrich Schultz (Gottinga-D, 1884 - Berlino-D, 1970) è in relazione con lo Yoga Nidra; il "fare un po' di yoga" limitato alle posture (sans. āsana) viene ancora oggi considerato come una forma esotica di stretching, senza riconoscerne l'originale appartenenza ad uno degli stadi del Rāja Yoga.

(3) Lungo la sua diffusione storica-geografica-dottrinale, il Buddhismo si è sviluppato in numerose scuole/tradizioni, ciascuna con le proprie peculiarità interpretative, dottrinali, metodologiche.
Nel presente scritto si fa particolare riferimento al buddhismo tantrico tibetano, e la nomenclatura utilizzata riprende le traduzioni più autorevoli e consolidate dal canone tibetano. Ove opportuno, per familiarità e utilità, si riportano i termini dei canonpāli e/o sanscrito.
Salvo eccezioni, per brevità, nel testo non sono citate le scuole, gli autori o gli scritti di riferimento per i vari termini o concetti.

(4) Le dottrine spirituali orientali mantengono nei loro canoni insegnamenti iniziatici, che in Occidente definiremmo esoterici; aspetti che sono stati invece, per così dire, "espulsi" dalle fonti canoniche delle varie dottrine religiose, esso- (o exo-)teriche appunto. Gli insegnamenti esoterici sono stati pertanto separati e confinati in sistemi apparentemente a sé stanti (es. la qabbaláh per l'ebraismo, ecc.). Nel buddhismo gli studi e le tecniche di lavoro sulla Chiara Luce (dottrina della Mahāmudrā) e sul Rig-pa (dottrina dello Dzogchen) rappresentano gli stadi più avanzati delle pratiche yogiche, comprendenti insegnamenti esoterici e che richiedono la trasmissione iniziatica da maestro ad allievo. Dopo questi accenni, come direbbero gli alchimisti, l'athanor si chiude.


Visita anche la pagina OLISMO !

Visita anche la pagina sulla meditazione stabilizzante!

Post popolari in questo blog

Curati!!!

Forse deludo qualcuno, ma questo non è un dissing ! Quel che intendo dire è: “abbi cura di te ”! Come? In tanti modi. Ti propongo quello che io considero un fondamento: distingui la pigrizia dalla necessità di riposo .   Non vi è moralismo, né giudizio, ma solo osservazione e descrizione: -É pigrizia la letargia , rifugiarsi nel sonno oltre quanto occorre per recuperare le energie. -É pigrizia la procrastinazione , il rimandare con un senso di apatia, reiteratamente, ad un momento futuro imprecisato, un’attività che sappiamo di dover fare e che avremmo già dovuto fare. -É pigrizia l’attaccamento ad oggetti o ad attività negativi o insignificanti. -É pigrizia  il cercare nel senso di inadeguatezza e nel sentimento di scoraggiamento le giustificazioni per non fare. È l’accampare scuse.   Nella stanchezza restano integri, invece, il senso di responsabilità per ciò che occorre fare, la volontà di farlo e il piacere di continuare. Le nostre percezioni corporee, la vigilan...

Credere

Credere. Accogliere nelle proprie convinzioni, esserne intimamente persuasi, aderirvi, fino ad abituarcisi, ad assuefarsi: ciò a cui si dà credito esiste, diventa verità. Bel guaio allora se ci si ritrova a credere in qualcosa di non collaborativo, di limitante, di depotenziante, di disfunzionale. Danneggiarci con le proprie mani, usare le nostre stesse energie per sabotarci fino alla beffa… A che pro abbandonarci a certezze intellettuali e morali che ci sono antagoniste? Il solco delle abitudini distruttive, delle convinzioni deprimenti, non lo si devia; semplicemente lo si abbandona! La tradizione insegna le emozioni costruttive. La prima: credere che un oggetto, o un fatto che lo riguarda, sia vero (tib. dad-pa ) e di questo accettarne la realtà solo quando lo si può conoscere e accertare (vedi anche INSIGHT ) e quando possiede potenzialità effettive e qualità buone. Credere ad un oggetto di cognizione accertato e di buone qualità si fonda sulla ragione, schiarisce la mente, la dep...

Cymbalaria

L’ ammaestratore con gli oppiacei (vedi Bisturi ) ha un fratello gemello. Due morule monocorio-amniotiche che crescono in un grembo samsarico, nell’oscura placenta dei nostri fattori mentali disturbanti. Durante lo sviluppo manifestano fenotipi differenti. Il primo ora predilige gli agi e la sprezzatura; zelante nell’intervenire contro, o ancor più spesso nel prevenire, le nostre esplorazioni – come se già non bastasse il nostro incedere pavido e ipotonico a farci desistere talvolta – è colui che ci sussurra: “psss...ma dove vai, fai il bravo…dai smettila, torna qui, stai con me sul sofà, senti che comodo…ooohhhh guarda… che belle pareti di alabastro…”. Il secondo nel tempo si è fatto invece taciturno e curioso; i suoi silenzi lo hanno fatto confondere tra gli introversi, ma così tanto introverso non è. Anzi, il suo temperamento lo ha portato a rinunciare alle comodità tra le quali si crogiola il fratello e a far suo quel territorio poco battuto, al di là dei levigati confini dell’ord...