Chi si accinge a dedicare alcuni
minuti ad una pratica di centratura, così come il meditante acerbo,
sovente si pone il quesito: “devo tenere gli occhi aperti o
chiusi?”.
Immancabilmente la risposta è, di primo acchito: “come preferisci”, allo scopo, innanzitutto, di depotenziare quel “devo”.
Immancabilmente la risposta è, di primo acchito: “come preferisci”, allo scopo, innanzitutto, di depotenziare quel “devo”.
La questione, però, merita un approfondimento, perché, dopo aver tenuto gli occhi “come abbiamo preferito”, può restare il dubbio, specie in chi è incline all’autocritica, di aver fatto bene o male, di aver scelto l’opzione più o meno proficua secondo la propria soggettività, pur ammettendo che può non esserci una risposta definitiva e valida in generale.
Nella varietà della letteratura sui temi della meditazione si trovano istruzioni e considerazioni a favore di entrambi i casi.
Alcuni esempi: nel buddhismo Hīnayāna
(non ci dilunghiamo qui sul significato dei termini, sulle differenze tra le varie
tradizioni, ecc.) tendenzialmente si propone di meditare ad occhi chiusi, nel
buddhismo Mahāyāna, in particolare nella versione Vajrayāna, si prescrive di meditare ad occhi aperti.
D’altro canto gli occhi chiusi potrebbero, durante una meditazione prolungata, indurre al torpore. Specie per questo motivo, nei monasteri Theravāda (l’unica scuola di tradizione Hīnayāna attualmente sopravvissuta, affermazione questa che necessiterebbe ulteriori precisazioni, che eccedono però lo scopo di questa breve pagina) la meditazione ad occhi chiusi, da seduti, viene alternata con quella camminata, ovviamente a occhi aperti!
Varie argomentazioni sostengono invece la pratica con gli occhi aperti.
A parte il fatto che alcune scuole indicano come oggetto di concentrazione elementi fisici, visivi, come una statua o
una rappresentazione dipinta del Buddha - il che rende banalmente necessario
tenere gli occhi aperti per guardarli - la questione sostanziale è che gli stati
mentali costruttivi promossi dalla meditazione ed ottenuti concentrandosi su
oggetti astratti(1) devono poter essere portati e mantenuti nel
quotidiano, in ogni istante della vita ordinaria.
Se, ad esempio, abbiamo sviluppato meditativamente uno stato di equanimità (non voglio porre qui l’accento sul fatto che l’equanimità sia una delle quattro Brahmavihārās – o dimore divine – cioè una delle quattro virtù cosiddette “incommensurabili” nell’ambito religioso del Buddhadharma, ma semplicemente considerarla come una capacità personale da applicare nelle normali relazioni sociali), quando, nell'eventualità di, immaginiamo, dover affrontare e risolvere un contenzioso, saremo chiamati ad usarla, non potremo ovviamente chiedere a tutti i presenti di fare silenzio e poi chiudere gli occhi per suscitare in noi, con tutta calma, l’equanimità. Questo stato mentale dovrà essere disponibile, per abitudine interiore, immediatamente, senza sforzo e, soprattutto, a occhi aperti!
Se, ad esempio, abbiamo sviluppato meditativamente uno stato di equanimità (non voglio porre qui l’accento sul fatto che l’equanimità sia una delle quattro Brahmavihārās – o dimore divine – cioè una delle quattro virtù cosiddette “incommensurabili” nell’ambito religioso del Buddhadharma, ma semplicemente considerarla come una capacità personale da applicare nelle normali relazioni sociali), quando, nell'eventualità di, immaginiamo, dover affrontare e risolvere un contenzioso, saremo chiamati ad usarla, non potremo ovviamente chiedere a tutti i presenti di fare silenzio e poi chiudere gli occhi per suscitare in noi, con tutta calma, l’equanimità. Questo stato mentale dovrà essere disponibile, per abitudine interiore, immediatamente, senza sforzo e, soprattutto, a occhi aperti!
Un aspetto più sottile è di tipo
fisiologico: con la pratica vi accorgerete che, iniziando una meditazione ad
occhi chiusi e progredendo nel livello di rilassamento raggiunto, le palpebre
tenderanno comunque ad aprirsi spontaneamente.
La meditazione ad occhi aperti può inoltre essere usata come espediente per indurre il sorgere della discorsività mentale, sia nel caso in cui la nostra pratica ha per scopo la manifestazione cosciente di parti prima inconsce così da renderle osservabili (ad esempio, nel contesto occidentale, secondo i metodi della psicosintesi di Roberto Assagioli), sia come prodromo di pratiche più raffinate che mirano, ad esempio, ad assumere per oggetto cognitivo la coscienza mentale stessa, o a familiarizzare con il simultaneo sorgere, dimorare e scomparire dei pensieri(2).
Torniamo a bomba! A questo punto la domanda successiva potrebbe essere: “cosa e come guardo?".
In linea di principio valgono alcune semplici considerazioni. Lo sguardo non deve essere, ovviamente, sbarrato; lasciate che avvenga il normale ammiccamento (lo spontaneo sbattere, chiudersi e riaprirsi rapido, delle palpebre). Nella posizione che avete assunto, da seduti, guardate di fronte a voi, nella direzione della punta del naso (non la punta…diventereste strabici!). A meno che non siate vis-à-vis con un muro o affacciati ad una finestra, tipicamente vi troverete a guardare il pavimento. Non mettete a fuoco un punto definito come se cercaste qualcosa, non siate rigidi; lasciate lo sguardo posarsi su un punto indefinito, come quando vi sorprendete ad essere sovrappensiero.
Bene…fatto? Facile? Mica finisce qui…
Ammettiamo che vi siate acquietati a sufficienza focalizzando l’attenzione sul respiro...vi hanno sempre detto di fare così, no?!
Ora facciamo un passo più in là.
Inseriamo un oggetto visivo. Uno qualunque, non tanto grande (…oggetto grosso, concentrazione facile; oggetto piccolo, concentrazione difficile...metti la cera, togli la cera…). Grande quanto un pollice ad esempio.
Avete un pollice? Ottimo…distendete un braccio di fronte a voi, pollice in alto, all’altezza della fronte, nel campo visivo, ma non al centro dello sguardo, che continua a essere puntato indefinitamente verso il pavimento. Senza spostare lo sguardo ponete l’attenzione sul pollice. Quello è ora il vostro oggetto di cognizione. Non va “fissato” con gli occhi, va considerato, preso, con la mente.
Inseriamo un oggetto visivo. Uno qualunque, non tanto grande (…oggetto grosso, concentrazione facile; oggetto piccolo, concentrazione difficile...metti la cera, togli la cera…). Grande quanto un pollice ad esempio.
Avete un pollice? Ottimo…distendete un braccio di fronte a voi, pollice in alto, all’altezza della fronte, nel campo visivo, ma non al centro dello sguardo, che continua a essere puntato indefinitamente verso il pavimento. Senza spostare lo sguardo ponete l’attenzione sul pollice. Quello è ora il vostro oggetto di cognizione. Non va “fissato” con gli occhi, va considerato, preso, con la mente.
Siete ancora lì col braccio alzato? Potete abbassarlo(!), ma lasciate la mente sul punto dove prima c’era il pollice(3). Adesso il vostro oggetto di cognizione è virtuale, è astratto. La mente dimora su quel punto mentre il respiro sta procedendo autonomo, calmo, profondo, regolare…ecco vi siete distratti, ora state pensando di nuovo al respiro!
Se l’esercizio col pollice in su vi crea imbarazzo, poco male! In alternativa, ad esempio, potete porre l’attenzione ai limiti esterni del campo visivo, come se voleste controllare qualcuno che tenta di cogliervi di sorpresa alle spalle, ciò fatto mantenendo sempre il centro dello sguardo fermo davanti a voi.
Saggiate la vostra mente.
Invitatela a calmarsi lasciando gli occhi aperti, applicando la presenza mentale, la concentrazione, la
vigilanza su supporti diversi(4): con il respiro, con la materialità di
un oggetto, e con la virtualità di un punto prefissato nel campo visivo...buona pratica!
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(1) L’utilità e la finalità della meditazione, specie nel contesto di un sistema educativo superiore, nonché l’implicazione della scelta di oggetti di meditazione opportuni, sono argomenti di particolare rilevanza e mi propongo di dedicare loro, prossimamente, una pagina.
(2) Per rodare, per prendere
dimestichezza, con pratiche che interessano attività mentali viepiù sottili, la
letteratura propone spesso delle forme di simulazione partendo da tecniche
meditative più semplici già acquisite. Quella citata, che prende in esame il
sorgere, il palesarsi e lo scomparire dei pensieri estranei, e in cui si invita
la mente a considerare questi tre momenti come simultanei e ad osservare quello
che possiamo chiamare, per ora senza altre spiegazioni, lo stato naturale
della mente tra un pensiero e l’altro è, ad esempio, una tecnica propedeutica
agli stadi di avanzati del Tantra, in particolare allo Dzogchen.
(3) La cosa curiosa è che se nel frattempo vi è capitato di divagare mentalmente, ritornando presenti a voi stessi vi accorgerete di essere stati con il braccio disteso per un tempo imprecisato…come degli autostoppisti!
(4) La concentrazione univoca e continuativa sull’oggetto di attenzione presuppone che l’oggetto debba essere tenuto (incollato) con una presenza mentale salda e stabile. Passando progressivamente, per esercitarvi, dal respiro al punto virtuale, abituate l’attenzione a restare infine su quest’ultimo. Ritornare a controllare intenzionalmente il respiro, o peggio ritrovarsi a considerarlo involontariamente, sarebbe una divagazione.