Passa ai contenuti principali

ABITUDINE BENEFICA

 
GHOST PAGE!
 
 
Ricordi quando, scherzandoci su, mi chiedevo che senso potesse avere un micro-allenamento di tre minuti?!
(No?...poco male! Se ti va, vai alla mia pagina MEDITAZIONE!)

Continuiamo a usare l’analogia con lo sport, ad esempio la corsa.
Da tempo ormai sei intenzionato a migliorare le tue condizioni di salute generale. Stai applicando la tua volontà.
Ti sei documentato e hai compreso che le attività prevalentemente aerobiche fanno al caso tuo. Tra le varie possibilità hai scelto quella disciplina che sentivi più congeniale a te e ti sei organizzato per praticarla.
Da quando ti sei detto: “ora abbandono la mia vita sedentaria”, hai iniziato ad allenarti, hai perseverato e adesso stai raccogliendo i primi frutti; noti i cambiamenti, ti senti interiormente ancora più stimolato, più motivato, a continuare e a migliorarti (1).
Ipotizziamo che oggi, dopo i prime tre famigerati minuti, anziché fermarti (!), hai corso la distanza che ti eri prefissato: 10 km. Guardi l’orologio: 48 minuti netti! WOW! L’anno scorso non correvi per niente; il mese scorso ci impiegavi un’ora e qualcosa.
Mini-digressione sul vocabolario, così parliamo la stessa lingua: la prestazione è una realizzazione, un effetto, una conseguenza del comportamento; il risultato è ciò che ne deriva. Il corollario è che una prestazione può non determinare completamente l’entità del risultato.
Nel tuo caso la prestazione è 48 minuti sui 10 Km.
Ti sei spremuto a fondo? Potevi dare ancora qualcosa di più? Ti sei fermato per allacciarti le scarpe? Avevi il vento in poppa? Ancora cento metri e i crampi ti avrebbero bloccato? Il tuo cronometro non lo sa e non ti pone domande. Avrebbe detto lo stesso se ad indossarlo al posto tuo e a fare quel tempo su quella distanza fosse stato un altro.
Qual è il risultato?
Se quella prestazione l’avessi portata ai campionati italiani assoluti su pista…beh…l’anno scorso l’oro maschile nei 10000 m ha corso in 29’ 07’’, quello femminile in 32’ 55’’. Mettiamola così: con 48’ (performance) non saresti salito sul podio (risultato).
Il tuo risultato è il “WOW!”
Ti sei allenato nonostante tutto, indipendentemente dalle fatiche della giornata lavorativa, sebbene facesse freddo e ti sentissi svogliato quando ti stavi preparando. Hai eseguito quello che la tua scheda di allenamento prevedeva. Hai migliorato il tuo primato. Ora assapori la stanchezza mista al benessere.
Alla fine un bel WOW! ci sta, te lo sei guadagnato!
 
Torniamo alla mente come attività; attività istantanea, continuativa, ininterrotta, soggettiva, individuale.
Abbiamo visto che la mente è mera lucidità e consapevolezza (ricordi? In MINDFUL…CHE?). È lo sperimentare che, al contempo, si attua attraverso l’apparire di un oggetto (una qualcosa di materiale, un’emozione, un pensiero, ecc.) e mediante l’interagire con esso. È il metterlo a fuoco, l'identificarlo, il considerarlo più o meno continuativamente e dettagliatamente (attenzione). È l’"incollare", il trattenere l’oggetto (presenza mentale), fino a farlo diventare l’unico oggetto di attenzione, esclusivo, continuativo. È dimorare sull’oggetto (concentrazione), fino a starvi ininterrottamente, senza sforzo (
samādhi).
L’attività mentale accade, si compie, in un continuo di infinite gradazioni, dai più confusi torpore, distrazione, disattenzione, alla più completa, precisa, salda, spontanea presa dell’oggetto.

Potendo considerare, schematicamente, la presa come la prestazione della mente, in che modo la qualità di questa presa viene valutata?
Se meditare fosse un correre, in che modo la mente misurerebbe le distanze percorse e cronometrerebbe il tempo impiegato?
Attraverso quale attività la mente conosce come “è”; in che stato, in che condizione, in che punto del continuo si trova; qual è la qualità del suo sperimentare?
Con la vigilanza (tib. shes-bzhin), tradotta anche come introspezione.
È un fattore mentale e coesiste con la presenza mentale. Esso verifica la qualità del prendere l’oggetto di cognizione e induce un adeguamento della presa stessa. Non è solo un osservare lo stato dell’attività mentale (ciò corrisponderebbe schematicamente, per alcune scuole, alla consapevolezza riflessiva), ma è anche un recuperare l’oggetto abbandonato dall’attenzione (talvolta si trova anche nominata come attenzione di recuperoed un affinare, rilasciando se troppo stretta o viceversa, la presa sullo stesso.
 
Nella letteratura in lingua pāli si usano i termini vitakka e vicara, il porre e il ripristinare l’attenzione, l’applicazione e il controllo. Lì il meditare è detto Jhāna (sans. Dhyāna).
Altrove si parla di (sans.) bhavana, la cui accezione è “far sì che qualcosa accada effettivamente”, talvolta resa restrittivamente come sviluppo mentale.
In tibetano “meditare” è tradotto con la parola gom (oppure sgom), che letteralmente significa “abituare noi stessi”, con la connotazione di “accumulare un'abitudine benefica”. Tengo per riferimento quest’ultima definizione.
 
C’è da perdersi? Sì.
Ti sei perso? Lascia andare tutto.
Hai inteso i fattori in gioco, al di là delle mode, delle informazioni approssimative e dei vocaboli di cui si abusa.
Potrai approfondire autonomamente in base ai tuoi interessi, se, quando e come vorrai.
Abbandona gli schemi, le definizioni, le etichette. La meditazione non è l’istruzione, la tecnica “per…”. Ti basti distinguere un fare da uno stare.
Con fiducia, per iniziare, lascia la mente libera.
La mente libera riposa alleggerita in un bacino di quiete.


*******

(1) Quello che hai letto non è ancora realtà per te? Vorresti dedicarti a nuove attività ma non sai come fare? Avverti il bisogno di cambiare e migliorarti ma hai dubbi, senti che manca qualcosa: un chiaro obiettivo, delle risorse, degli alleati?
Puoi trovare tante indicazioni in più nelle mie pagine PRO-C, COACHING e più in dettaglio in LIFE, SPORT, BUSINESS!


Visita anche la pagina OLISMO !

Post popolari in questo blog

Curati!!!

Forse deludo qualcuno, ma questo non è un dissing ! Quel che intendo dire è: “abbi cura di te ”! Come? In tanti modi. Ti propongo quello che io considero un fondamento: distingui la pigrizia dalla necessità di riposo .   Non vi è moralismo, né giudizio, ma solo osservazione e descrizione: -É pigrizia la letargia , rifugiarsi nel sonno oltre quanto occorre per recuperare le energie. -É pigrizia la procrastinazione , il rimandare con un senso di apatia, reiteratamente, ad un momento futuro imprecisato, un’attività che sappiamo di dover fare e che avremmo già dovuto fare. -É pigrizia l’attaccamento ad oggetti o ad attività negativi o insignificanti. -É pigrizia  il cercare nel senso di inadeguatezza e nel sentimento di scoraggiamento le giustificazioni per non fare. È l’accampare scuse.   Nella stanchezza restano integri, invece, il senso di responsabilità per ciò che occorre fare, la volontà di farlo e il piacere di continuare. Le nostre percezioni corporee, la vigilan...

Credere

Credere. Accogliere nelle proprie convinzioni, esserne intimamente persuasi, aderirvi, fino ad abituarcisi, ad assuefarsi: ciò a cui si dà credito esiste, diventa verità. Bel guaio allora se ci si ritrova a credere in qualcosa di non collaborativo, di limitante, di depotenziante, di disfunzionale. Danneggiarci con le proprie mani, usare le nostre stesse energie per sabotarci fino alla beffa… A che pro abbandonarci a certezze intellettuali e morali che ci sono antagoniste? Il solco delle abitudini distruttive, delle convinzioni deprimenti, non lo si devia; semplicemente lo si abbandona! La tradizione insegna le emozioni costruttive. La prima: credere che un oggetto, o un fatto che lo riguarda, sia vero (tib. dad-pa ) e di questo accettarne la realtà solo quando lo si può conoscere e accertare (vedi anche INSIGHT ) e quando possiede potenzialità effettive e qualità buone. Credere ad un oggetto di cognizione accertato e di buone qualità si fonda sulla ragione, schiarisce la mente, la dep...

Cymbalaria

L’ ammaestratore con gli oppiacei (vedi Bisturi ) ha un fratello gemello. Due morule monocorio-amniotiche che crescono in un grembo samsarico, nell’oscura placenta dei nostri fattori mentali disturbanti. Durante lo sviluppo manifestano fenotipi differenti. Il primo ora predilige gli agi e la sprezzatura; zelante nell’intervenire contro, o ancor più spesso nel prevenire, le nostre esplorazioni – come se già non bastasse il nostro incedere pavido e ipotonico a farci desistere talvolta – è colui che ci sussurra: “psss...ma dove vai, fai il bravo…dai smettila, torna qui, stai con me sul sofà, senti che comodo…ooohhhh guarda… che belle pareti di alabastro…”. Il secondo nel tempo si è fatto invece taciturno e curioso; i suoi silenzi lo hanno fatto confondere tra gli introversi, ma così tanto introverso non è. Anzi, il suo temperamento lo ha portato a rinunciare alle comodità tra le quali si crogiola il fratello e a far suo quel territorio poco battuto, al di là dei levigati confini dell’ord...