Altrove, en passant, si è accennato allo stato naturale della mente (vedi anche A ME GLI OCCHI… e MINDFUL…CHE?) con riferimento al suo livello detto, intuitivamente, più sottile.
Pur non entrando negli aspetti dottrinali tipici di ciascuna tradizione, come possiamo descrivere la mente nel suo stato naturale?
Ti chiederai: "Di un uomo vivo?".
Certo…anche di un uomo biologicamente vivente sul piano materiale.
"Ah! Non solo? Chi altri può avere una mente?".
Beh, tanti altri. Nel Buddhismo, ad esempio (ti parlo della tradizione che conosco meglio), ci sono tante classi di esseri con una mente. Ci sono due grandi classi che per definizione si escludono a vicenda, nel senso che o sei uno, o sei l’altro: i Buddha(1) e gli esseri senzienti (sans. sattva)(2). L’uomo nella sua ordinarietà è tra gli esseri senzienti.
"Tutto ciò, quindi, quando è vivo…".
Secondo la dottrina buddhista, non solo. Vi è un continuo mentale individuale che si perpetua in un ciclo indefinito di nascita-morte-rinascita, in uno stato di esistenza detto saṃsāra, caratterizzato da fattori mentali dissonanti(3) e dalle tracce, o memorie, delle azioni passate (sans. karma), ciclo che si interromperà solamente con il raggiungimento dello stato di “buddhità” (sans. bodhi) detto nirvāṇa(4).
Si parla di mente simile allo specchio, che riflette le cose per come sono, oppure che è come il cielo terso, o come l’oceano indisturbato nelle sue profondità.
Cos’è che sporca o rende distorto lo specchio, o cosa rappresentano le nubi che oscurano il cielo terso, o le onde che increspano la superficie marina impedendo di vedere al di sotto, nelle sue profondità(7)?
"Ovviamente i pensieri discorsivi, non controllati, le emozioni velenose, disturbanti…", voi mi dite.
Certo, giusto anche così… Più sottilmente, però, le nubi, le onde, tutto ciò che può riuscire a velare lo stato naturalmente puro della mente, sono momenti di pensiero concettuale.
Esatto, non si finisce mai…fino al raggiungimento del nirvāṇa!
Procediamo a piccoli passi.
Sappiamo che la mente, l’attività
mentale, è l’istantaneo sorgere e interagire (chiarezza e consapevolezza) di una rappresentazione mentale.
Ciò vale per tutti i modi di sperimentare, siano quelli sensoriali o quello mentale
propriamente detto.
Vale, ad esempio, per un istante di una certa vista (poniamo il caso di una forma oblunga, sottile, verde), oppure per un istante di un certo suono (poniamo il caso in cui si percepisca una vibrazione che corrisponde a una certa nota). Ho usato intenzionalmente due coscienze sensoriali, quella visiva e uditiva, che si prestano un po’ più comodamente per introdurre quello che segue; stesso ragionamento varrebbe comunque con quella tattile (incluse quelle sensibilità corporee che chiamiamo propriocezione ed enterocezione), gustativa e olfattiva.
Le coscienze sensoriali non rifiutano (banalmente, il timpano non può rifiutare di vibrare, e così via, e anche in caso di menomazioni fisiche, non può rifiutare di ricevere un suono...purtroppo non vibrerà o non trasmetterà lo stimolo a ciò che segue), e non interpolano, cioè non aggiungono qualcosa che non c’è (quindi sperimentano quello avviene in quell’istante secondo la loro capacità e non sono influenzate da quello che c’è stato prima e da quello che accadrà dopo); inoltre l’oggetto (tornando agli esempi precedenti, luce/buio oppure un suono, ecc.) viene sperimentato in un modo convenzionale secondo le capacità sensoriali (ad esempio la luce è costituita da uno spettro di radiazioni elettromagnetiche dall’infrarosso all’ultravioletto, ma noi la percepiamo convenzionalmente come, appunto, luce o come un certo colore prevalente ecc.; così come un suono che giunge all'orecchio è più in dettaglio una perturbazione di pressione nell'aria caratterizzata da certe armoniche, ma noi la percepiamo come suono).
Vale, ad esempio, per un istante di una certa vista (poniamo il caso di una forma oblunga, sottile, verde), oppure per un istante di un certo suono (poniamo il caso in cui si percepisca una vibrazione che corrisponde a una certa nota). Ho usato intenzionalmente due coscienze sensoriali, quella visiva e uditiva, che si prestano un po’ più comodamente per introdurre quello che segue; stesso ragionamento varrebbe comunque con quella tattile (incluse quelle sensibilità corporee che chiamiamo propriocezione ed enterocezione), gustativa e olfattiva.
Le coscienze sensoriali non rifiutano (banalmente, il timpano non può rifiutare di vibrare, e così via, e anche in caso di menomazioni fisiche, non può rifiutare di ricevere un suono...purtroppo non vibrerà o non trasmetterà lo stimolo a ciò che segue), e non interpolano, cioè non aggiungono qualcosa che non c’è (quindi sperimentano quello avviene in quell’istante secondo la loro capacità e non sono influenzate da quello che c’è stato prima e da quello che accadrà dopo); inoltre l’oggetto (tornando agli esempi precedenti, luce/buio oppure un suono, ecc.) viene sperimentato in un modo convenzionale secondo le capacità sensoriali (ad esempio la luce è costituita da uno spettro di radiazioni elettromagnetiche dall’infrarosso all’ultravioletto, ma noi la percepiamo convenzionalmente come, appunto, luce o come un certo colore prevalente ecc.; così come un suono che giunge all'orecchio è più in dettaglio una perturbazione di pressione nell'aria caratterizzata da certe armoniche, ma noi la percepiamo come suono).
L'oggetto "buio" per l'uomo non è buio allo stesso modo per la talpa, l'oggetto di un certo colore per noi non è distinto come tale dal cane, "un millilitro di sangue in un metro cubo d'acqua" è un oggetto sensoriale per lo squalo, per l'uomo sensorialmente non esiste, e così via.
Date tali qualità, quella dello sperimentare secondo una capacità propria, convenzionale, ordinaria quindi, degli organi di senso (detti sensori cognitivi), quella del non rifiutare e del non interpolare, le coscienze sensoriali si dicono non concettuali.
Date tali qualità, quella dello sperimentare secondo una capacità propria, convenzionale, ordinaria quindi, degli organi di senso (detti sensori cognitivi), quella del non rifiutare e del non interpolare, le coscienze sensoriali si dicono non concettuali.
La coscienza mentale, invece, non solo può rifiutare (banalmente pensate a qualsiasi abitudine che rifiutate di considerare come nociva…) e interpolare (la forma oblunga sottile verde sta ferma o si muove; quella vibrazione sonora nel frattempo è cambiata in continuazione) ma può anche creare categorie, che sono anch’esse delle rappresentazioni mentali, ma di una sintesi di caratteristiche dell’oggetto comuni a quelle di altri oggetti, e le associa all’oggetto, ossia è come se sovrapponesse la rappresentazione mentale delle categoria alla rappresentazione mentale dell’oggetto, in qualche modo mescolandole e confondendo quest’ultimo.
Schematicamente la categorizzazione degli oggetti convenzionali procede su più piani:
- in base alle generalità di insieme (il bambino ad un certo punto impara che gli oggetti possono essere raggruppati per insiemi. Ad esempio inizia a rappresentare mentalmente un insieme dove collocherà convenzionalmente quegli oggetti che hanno due ruote e i pedali - ciò anche se non sa ancora che le ruote si chiamano "ruote" e i pedali "pedali");
- in base alla generalità dei particolari (un oggetto viene distinto come esempio di quella categoria: anche quel nuovo oggetto che il bambino non ha mai visto prima ha due ruote e i pedali, quindi può essere messo nello stesso insieme di quegli altri che avevano due ruote e i pedali);
- in base alla generalità dell’oggetto (quando il bambino si guarda attorno per vedere se ne trova altri di quegli oggetti con due ruote e i pedali, in mente ha una rappresentazione di ciò che sta cercando).
La mente di un animale categorizza gli oggetti delle sua sfera cognitiva secondo gli stessi principi, facendosene un concetto in qualche modo funzionale per il suo vivere. L'oggetto oblungo, sottile, verde, per una mucca fa parte dell'insieme "cibo", sebbene non lo conosca come "erba", e sa che quel dato suono non è il richiamo del suo vitellino, sebbene non sappia cosa sia una "canzone".
Vi sono inoltre categorie cosiddette audio: possono essere suoni che in una data lingua la coscienza mentale interpola, riconoscendoli come parole-frasi, ad esempio bi-ci-clet-ta, pur non avendo nessun significato in sé (infatti ciò a cui convenzionalmente si riferisce bicicletta, altri apprendono a nominarlo in un altro modo, ad esempio bike). Bi-ci-clet-ta detto da me o da un altro, sottovoce o urlando, sarà sempre nella categoria audio "bicicletta"; stesso dicasi al di là del linguaggio: il verso di un animale, oppure un suono che interpretiamo come “canzone”, come “suoneria” oppure come “rumore” ecc..
Vi sono infine categorie di significato, cioè l'associazione che viene fatta convenzionalmente tra una parola, ad esempio “bicicletta”, in una data lingua, quando etichettiamo quell'ormai famoso insieme di oggetti che hanno due ruote e i pedali.
Ogni volta che alla rappresentazione mentale dell'oggetto di cognizione si sovrappone una rappresentazione di una categoria, abbiamo una cognizione concettuale.
La coscienza mentale potrà quindi essere sia non concettuale, sia concettuale.
Noioso fin qui, eh?! Teorico?
E poi dopo aver scritto e riscritto sulle categorie viene fuori che la coscienza mentale può essere anche non concettuale?
Mettiamo che il dentista vi
faccia un trattamento canalare senza anestesia. Altro che teoria! L’oggetto “dolore”
andrà ben oltre il significato concettuale della parola "dolore".
Tutto questo per arrivare a dire che vi sono oggetti dei quali vi può essere un’esperienza sia concettuale che non concettuale. Un conto è provare una sensazione, un'emozione, un sentimento, o anche un'intuizione altamente astratta, un altro è darne una definizione da dizionario o da enciclopedia, per quanto possa essere elaborata, minuziosa, dotta.
Questa distinzione sarà rilevante nel momento in cui prenderete in esame un oggetto cognitivo nelle vostre meditazioni.
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(1) Un Buddha (sanscrito / tib. sangs-rgyas), fermandoci al significato delle traduzioni letterali dalle varie lingue, è un essere risvegliato, purificato, sviluppato, illuminato. Ha definitivamente eliminato gli oscuramenti giungendo alla liberazione e all’onniscienza ed ha definitivamente raggiunto la saggezza originaria (ciascuna definizione meriterebbe ovviamente le spiegazioni del caso, che esulano gli scopi della presente pagina).
In letteratura si trova anche il termine nirodhaḥ (sans.) solitamente tradotto come cessazione degli stati mentali dissonanti, ma che ha anche significato di non-sorgere, non-esistere, senza ostacoli, senza confini, che viene talvolta associato sinonimicamente a nirvāṇa.
In altre tradizioni vi sono termini affini: mokṣa (sans.) per l’induismo, kenshō (giap.) come realizzazione iniziale, e satori (giap.) come realizzazione finale, per la tradizione Zen.
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