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ATTENZIONE

Un maestro sufi soleva stare seduto in meditazione, immobile, imperturbabile...non parlava, non si faceva distrarre, quasi non respirava.
Un giorno un allievo gli domandò: "Da chi hai imparato a meditare in questo modo?"
Il maestro rispose: "Da un gatto. Da un gatto acquattato davanti alla tana di un topo".
da Claudio Lamparelli - Il Libro delle 399 Meditazioni ZEN - Mondadori 1996


Dicesi "attenzione"....no, così iniziamo male!
Se ti dedichi all'enigmistica, hai presente quei giuochi con le vignette: "Confronta e trova le venti differenze", oppure "Trova i dieci errori"? Ecco, per risolverli devi prestare A... dillo tu...esatto!
Stai vagando con la mente, distratto, pensando a te stesso,  o sei nel bel mezzo di una fitta conversazione, rilassata piuttosto che accesa, come capita; magari sei finalmente immerso in qualcosa di piacevole ed appagante: la tua serie preferita, una lettura stimolante, o al contrario sei ancora impegnato in quella cosa importante che dovevi assolutamente finire entro ieri; qualunque cosa tu stia facendo...driiiiiiiin...non mi dire che se ti squilla il telefono, o peggio ancora il campanello di casa, tu non ci fai A....
Guidi e ascolti la radio, è appena iniziata la traccia che aspettavi, canticchi e ti godi anche il panorama. Giungi a destinazione senza sbagliare strada, senza commettere infrazioni e senza incidenti. Beh, a meno che tu non abbia deciso di dedicare tutta la tua A..., per cinque minuti di fila, a scartare l'arbre magique nuovo, ad annusarlo e a cercargli un posto!
Forse ancora oggi, chi tiene a te ti guarda e dice,  anche senza apparente motivo: "Fa A...".
Ti dice "Fa A..." anche chi non tiene a te, ma teme le conseguenze di un tuo eventuale errore.
Per aumentare la suspense, ti suggerisce velatamente di fare A... senza specificare a cosa, anche chi pensa di minacciarti...ce l'hanno proprio tutti su con sta A...!

Quante cose sia l'A...ttenzione è evidente. Ha a che vedere con quello stato di attivazione che varia con infinite gradazioni tra il sonno, l'attenzione diffusa, l'attenzione aspettante (di chi vigila non sapendo cosa e quando può accadere o di chi è in agguato) fino ad arrivare all'eccitazione più confusa; ha a che vedere con la selezione di stimoli sensoriali, di percezioni, di formazioni mentali che facciamo involontariamente, sia in modo spontaneo, primitivo, ad esempio quando qualcosa ci allarma, sia mediato dalle nostre tendenze (c'è chi si volta al passaggio di una Lambo, c'è chi si ferma di fronte ad un tramonto...le due cose possono coesistere...) oppure volontariamente, spinti da un attivo interesse (filosofeggiando direi conativamente) fino ad applicare uno sforzo anche penoso; selezione che porta, in poche parole, certe informazioni, solo quelle e non altre, nel nostro campo di coscienza, con un rilievo più o meno forte, nitido, stabile, persistente.

Che abbia la dignità di processo mentale autonomo, che sia una facoltà della coscienza, o, astrattamente, un concetto che riunisce più funzioni eterogenee e consequenziali dell'attività sensoriale e mentale - come al solito, mai tutti sono d'accordo su qualcosa! - l'attenzione mette in evidenza, isola rispetto al resto, come un fascio di luce che penetra il buio, come uno zoom che ingrandisce e mette a fuoco un piano ben preciso, come un filtro che fa passare solo ciò che interessa bloccando il resto.

Quindi in un modo o nell'altro, su una cosa o su un'altra, nello stato di veglia siamo sempre attenti? Uhm...

Interno notte. Vi mettete a letto, sbadigliate e appena chiudete gli occhi li riaprite - un flash - non ricordate di aver chiuso a chiave la porta. Vi alzate innervositi, al buio, passate a tentoni accanto al comò e sentite proprio lì, all'improvviso sotto i polpastrelli, un ché di infeltrito. Ecco dov'era il cappello che cercavate da giorni e che temevate di aver smarrito chissà dove. Sospiro di sollievo! Come avete fatto a non accorgervene? Eppure è stato lì in vista per tutto quel tempo...mah, comunque sia, accendete la luce, lo prendete e lo posate nel ripiano dell'armadio, accorgendovi intanto che lì accanto c'è ancora quell'ombrello rotto che, boh, eravate convinti di aver già buttato...pazienza, lo getterete domani. Tornate in camera, vi mette a letto, sbadigliate...ah già, dovete spegnere la luce nell'ingresso. Vi rialzate, spegnete la luce e con la stizza che dissolve il sollievo del cappello ritrovato vi rimettete a letto...ma l'avevate chiusa a chiave la porta o no? Meglio scendere per controllare...sì, era chiusa.

...no...a quanto pare non siamo sempre così attenti. La disattenzione, la distrazione sono l'altra faccia della medaglia.

Delle varie accezioni, a partire dal contesto delle pratiche di centratura consideriamo per "attenzione" il processo volontario di indirizzare la coscienza verso un oggetto predeterminato e di porlo in evidenza. In questo ambito l'attenzione è anche la facoltà della mente di compiere tale processo e corrisponde alla presenza mentale. Una mente attenta è una mente presente.
Cosa? Presente come adesso? Presente come l'ora del "qui e ora"? No, tantomeno. Non facciamo confusione. Usiamo la metafora più appropriata: la presenza mentale è da intendersi esattamente come colla. La mente tramite le sue facoltà si pone in unione con l'oggetto prescelto.


Cara lettrice, caro lettore...siete arrivati fin qui?! Bene, allora meritate la mia Bonus Page!

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