Accennando alle menti e ai fattori mentali che hanno a che vedere con la meditazione si è sempre fatto riferimento intuitivamente all’oggetto – oggetto dell’esperienza, oggetto della cognizione – verso il quale si rivolge l’attenzione (qui trovi il sommario delle pagine già pubblicate sull’argomento: OLTRE IL COACHING).
Nell’ambito della mente ordinaria (tib. sems), la meditazione è in primo luogo un processo di addestramento della coscienza mentale concettuale.
Si consideri che la cognizione concettuale conosce una rappresentazione statica dell’oggetto, un cosiddetto derivato mentale, o riflesso mentale, generato dalla sovrapposizione dell’immagine mentale dell’oggetto esterno con l’immagine mentale della sua categoria e percepito come oggetto di senso comune, cioè che esso stesso perdura nel tempo e i cui stimoli agli organi sensoriali continuano nel tempo.
Il respiro è un fenomeno vitale, neutro, facilmente identificabile e può essere modulato volontariamente.
Dopo aver opportunamente predisposto il corpo (vedi FASTIDIO E…), l’orientamento dell’attenzione verso il succedersi degli atti respiratori, la semplice esperienza dell’accorgersi della respirazione, condurrà verso uno stato sempre più quieto.
Ci si può così calmare sempre più profondamente, ma la quiete, da sola, non porta alla cessazione delle cause della sofferenza…più prosaicamente, siamo calmi, rasserenati, ma i problemi restano lì, da risolvere.
Nella pratica, la mente, pur riposando sul respiro, continua a subire l’esistenza delle varie situazioni disfunzionali e delle molteplici cause che le producono, esattamente come, in modo altrettanto naturale, accadrebbe se dormissimo di un sonno profondo senza sogni o, in modo artificiale, se assumessimo dei tranquillanti.
Secondo la prima modalità, tradizionalmente, si scelgono oggetti con i quali si ha una precedente familiarità, oggetti di cui siamo esperienzialmente certi. Possono avere un senso eticamente neutro (ad esempio il respiro, il corpo, ecc.), oppure eticamente costruttivo (ad esempio un determinato concetto associato a un oggetto fisico – per un cattolico potrebbe essere, tra i tanti, un ramo di ulivo simboleggiante la pace; per un praticante del dharma potrebbe essere, come si vedrà più avanti, la visualizzazione del Buddha). Questo oggetto, una volta prescelto e “trovato” (riconosciuto se è, ad esempio, il respiro; generato, se è, ad esempio, una visualizzazione) dovrà rimanere lo stesso, costantemente, nel corso della pratica
Gli oggetti “…con pensiero riflessivo” rispondono invece agli scopi delle meditazioni discernenti, delle quali si accennerà separatamente.
Questa prima definizione degli oggetti di meditazione prende in considerazione il praticante, nel caso specifico il praticante che aspira a conseguire lo stato di Śamatha.
I fenomeni esistenti possono essere concepiti secondo due ampi insiemi.
In altre parole le categorie sono modi di considerare l’esistenza di tutti i fenomeni
La categorizzazione considera ciò che nella tradizione del Buddhadharma vengono definiti:
Ogni istante di attività mentale, di mero sorgere ed interagire con immagini mentali, è caratterizzato da una moltitudine di variabili, nel senso di aspetti che variano, cioè non statici, non permanenti (impermanenti), nel succedersi dei momenti di esperienza.
I cinque aggregati forniscono una classificazione di tali variabili. Un aggregato (sans. skandha, tib. phung-po) è quindi una collezione di aspetti impermanenti di diversi tipi di fenomeni o di diverse possibilità relative a un dato fenomeno.
Fenomeni caratterizzati da aspetti statici (esempio, lo spazio) non sono collocabili secondo la categorizzazione dei fattori aggregati.
I vari autori forniscono etichette talvolta differenti a ciascun aggregato. Nel seguito si fa riferimento alle definizioni e alle suddivisioni diffuse nel buddhismo tantrico tibetano.
Il primo è l’aggregato di forme di fenomeni fisici (sans. rūpaskandha), di cui fanno parte i cosiddetti cinque oggetti sensoriali (viste – nel senso di immagini vedute, cioè che sorgono mentalmente, stessa accezione vale per gli altri oggetti sensoriali – suoni, odori, gusti, sensazioni fisiche – sia di contatto, sia propriocettive, sia enterocettive), i cinque sensori cognitivi fisici (o poteri cognitivi), ossia i sensi, o meglio le parti biologiche sensibili ai fenomeni (ad esempio, per la vista gli occhi, in particolare le cellule fotosensibili, e così via…), e infine le forme di fenomeni impercettibili ai sensori cognitivi fisici e conoscibili solo sotto forma di cognizione mentale (esempio, ciò che viene percepito in un sogno). Altri autori inseriscono in questa lista anche i quattro elementi (terra, acqua, fuoco, vento).
Il secondo è l’aggregato della sensazione di un livello di felicità (sans. vedanāskandha), o più brevemente, aggregato delle sensazioni. In questa accezione per sensazione si intende una percezione che può essere valutata in un continuo che va dallo spiacevole, al neutro, al piacevole, senza prendere in considerazione la natura della sensazione (vista esteticamente bella o brutta, una sensazione tattile liscia o ruvida, il caldo o il freddo, un dolore fisico o emotivo ecc.). In questo contesto per felicità si intende semplicemente una sensazione che quando finisce vorremmo rincontrarla di nuovo (e ciò è come sottintendere che la felicità viene realizzata solo a posteriori), al contrario l’infelicità è quella sensazione che quando la si incontra vorremmo che finisca.
La sensazione di un livello di felicità è anche il primo dei fattori mentali sempre presenti.
Il terzo è l’aggregato distinguente (sans. saṃjñāskanda), o distinzione, o delle percezioni, o, impropriamente detto, del riconoscere. È l’insieme delle caratteristiche di un oggetto che permettono di distinguerlo da ciò che non è quell’oggetto (ad esempio, per una vista, sono quelle caratteristiche che permettono di distinguere un insetto dalla foglia su cui è posato; tuttavia potremmo non riconoscere di che insetto si tratta, potremmo cioè non essere in grado di etichettarlo, per tale motivo definirlo aggregato del riconoscere è improprio).
Il quarto è l’aggregato delle altre variabili incidenti (sans. saṃskāraskandha), tradotto anche come aggregato delle tendenze motivazionali, o volizioni, o formazioni mentali, o formazioni karmiche o coefficienti mentali. Include in generale tutte le variabili non comprese nei precedenti. Fanno parte di questo aggregato variabili congruenti tutte le coscienze secondarie, ossia i fattori mentali (ad eccezione dei primi due, caratterizzanti i precedenti aggregati), nonché variabili incongruenti quali le abitudini, le predisposizioni, le tendenze, ecc.
Il quinto e ultimo aggregato è quello delle coscienze primarie (sans. vijñānaskandha), o della coscienza, e include appunto, la coscienza visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, tattile/corporea e mentale. Alcune scuole includono ulteriori due classi di coscienza: la coscienza fondamento di tutto, che sta alla base delle altre coscienze e che contiene i segni karmici, e la coscienza dell’illusione, pervasa dall’ignoranza fondamentale, sulla quale si basa il senso dell’Io e la visione dualistica dei fenomeni.
Ogni istante di attività mentale, di esperienza, contiene, è caratterizzato, da variabili provenienti da questi cinque insiemi. Gli aggregati sono una classificazione di variabili che non esistono in quanto tali ma che esistono nel momento in cui si ha l’esperienza individuale e soggettiva. Un sasso o l’acqua non possiedono aggregati, ma nel momento in cui assistiamo, ad esempio, alla caduta di un sasso nell’acqua, l’esperienza di quel fenomeno (vista della forma, dei colori, suoni, ecc.) verrà percepita individualmente e soggettivamente secondo variabili provenienti da queste cinque categorie di aggregati e queste variabili saranno differenti da osservatore a osservatore.
Per ciascuno dei sei sensi: vista, udito, olfatto, gusto, tatto/corpo, mente, sono i rispettivi oggetti (immagini), poteri (organi sensibili) e coscienze primarie.
Alcuni autori si riferiscono ai dodici stimolatori di cognizione, che sono gli oggetti e i poteri di cui sopra.
Sono, brevemente, senza procedere in questa sede con gli approfondimenti che meriterebbero, le vere (o reali) sofferenze, le vere cause delle sofferenze, le vere cessazioni delle sofferenze e le vere vie, o menti che sono sentieri (menti-sentiero) per ottenere le cessazioni delle sofferenze.
Tale modo è uno solo, e non vi sono altri modi. In questa seconda categorizzazione rientra il concetto di vacuità, nelle sue varie forme e accezioni, anche differenti da scuola a scuola, la cui trattazione esula dallo scopo della pagina.
È qui opportuno accennare al fatto che una meditazione che considera la vacuità in sé senza rivolgere l’attenzione all’esistenza dei fenomeni appartiene alle cosiddette meditazioni senza oggetto, tipicamente usate per conseguire preliminarmente lo Śamatha nelle pratiche delle dottrine più avanzate della Mahāmudrā e dello Dzogchen.
La qualifica di “diffusi” significa che queste definizioni pervadono o includono tutti gli oggetti effettivamente considerati nella pratica.
A loro volta si raggruppano tradizionalmente in cinque categorie.
In taluni contesti si parla del primo piazzamento ravvicinato della presenza mentale, ossia il concentrarsi sul corpo nel suo insieme, non solo avvertendolo con la propriocezione, ma considerandolo anche secondo le proprietà sgradevoli sopra descritte.
Il terzo piazzamento ravvicinato della presenza mentale consiste nel concentrarsi sugli stati mentali sperimentati come impermanenti.
La meditazione che prende in considerazione, invece, la mente (l’attività mentale) stessa, intesa come meta-cognizione (dualisticamente cercandola come fosse l’osservatore dell’osservatore degli stati mentali), senza rivolgere l’attenzione a nessun oggetto di senso comune, è la meditazione senza oggetto per antonomasia.
Se l’attenzione si pone sull’uguaglianza tra noi e gli altri, nel senso che tutti noi aspiriamo a far cessare le sofferenze e ad essere felici, si promuove l’alleggerimento dall’invidia e dalla gelosia.
Se l’attenzione si pone sullo scambio di punti di vista tra sé e gli altri, si promuove invece l’alleggerimento dall’orgoglio e dall’arroganza. Altri autori propongono addirittura di porre l’attenzione sullo scambio di ciò che consideriamo il nostro Io con quello degli altri, ovvero equiparando prima e poi scambiando i nostri atteggiamenti verso noi stessi e gli altri (prima ci si focalizza su noi stessi e su tutti gli altri, e si presta attenzione a tutti con imparzialità; poi si presta attenzione agli altri con il forte interesse amorevole che in precedenza avevamo riservato a noi stessi, e a noi stessi con il debole interesse amorevole che in precedenza avevamo per gli altri).
La considerazione delle dimore divine, ad esempio della compassione, senza indirizzarle ad esseri specifici ma come stato mentale rivolto a tutti gli esseri, senza distinzioni, come fossero i raggi che emanano dal Sole, appartiene anch’essa alle meditazioni senza oggetto, delle quali si è detto poc’anzi.
In taluni contesti si parla del quarto piazzamento ravvicinato della presenza mentale, che consiste nel concentrarsi su tutti i fenomeni come privi di identità reali, la cui esistenza indipendente da cause è impossibile.
Questa prima categoria favorisce l’alleggerimento dalla brama di raggiungere la rinascita in un determinato reame.
Questa seconda categoria favorisce l’alleggerimento da tutti gli aggregati di tutti gli stati di rinascita.
All’atto respiratorio viene di solito aggiunta la considerazione corretta del suo essere impermanente, all’immagine del Buddha vengono di solito aggiunte le considerazioni sulle sue qualità, in quanto qualità alle quali aspirare.
Alcuni autori suggeriscono di rinforzare la presenza mentale nelle fasi iniziali della pratica ricordando l’oggetto prescelto anche mediante la ripetizione di una parola chiave ad esso riferita.
La dottrina fornisce perciò anche un punto di vista sullo stato di saṃsāra nel quale la mente ordinaria conosce.
1. l’inconsapevolezza (il “non vedere”, sans. avidyā, spesso tradotto non del tutto appropriatamente con ignoranza);
2. gli impulsi incidenti (o formazioni karmiche, a volte tradotto come “il venire in essere” o come karma proiettante: l’attività mentale che sul finire di un’esistenza biologica orienta, sulla base del contenuto karmico la rinascita successiva);
3. la coscienza carica degli strascichi karmici, a sua volta costituita da una parte causale e da una parte risultante;
4. le facoltà mentali nominabili con o senza forma grossolana (spesso riassunto con la dicitura nome e forma, che in breve corrispondono alla mente e alla base biologica alla nascita);
5. gli stimolatori della cognizione (o gli organi di senso);
6. la consapevolezza contattante (o, impropriamente, il contatto delle coscienze con l’esperienza),
7. provare un livello di felicità (o sensazione);
8. il desiderio ardente (o brama);
9. un ottenitore di un’emozione disturbante o di un atteggiamento disturbante (o attaccamento),
10. ulteriore esistenza (o nascita);
11. il concepimento (o azione);
12. invecchiare e morire (erroneamente tradotto come vecchiaia e morte, qui invecchiare e morire corrisponde al vivere a partire dall’istante successivo al concepimento, è co-emergente con il vivere).
Si noti che l’elencazione segue una seguente logica sostanziale ma non lineare:
a. gli anelli 1, 2 e la parte causale dell’anello 3 sono detti anelli causali che proiettano e avvengono continuamente, sono sempre presenti in quanto piantano i semi karmici;
b. la parte risultante dell’anello 3, insieme agli anelli 4, 5, 6, 7 sono detti anelli risultanti di ciò che è stato proiettato e corrispondono allo sviluppo embrionale intrauterino;
c. gli anelli 8, 9, 10 sono detti anelli causali che mettono in atto avvengono nei momenti precedenti la morte;
d. gli anelli 11 e 12 sono detti anelli risultanti di ciò che è attuato e sorgono insieme al secondo gruppo (anelli 3 risultante, 4, 5, 6, 7).