Seguendo il filo logico di un’ipotetica didattica meditativa (vedi FASTIDIO E…), successivamente alle pratiche stabilizzanti, tra le quali sono state prese a campione quelle finalizzate all’ottenimento dello stato mentale di Samādhi e poi di Śamatha, si incontrano le meditazioni discernenti (o discriminanti).
Il completo e stabile conseguimento dello stato di Śamatha è considerato propedeutico all’accesso in un successivo stato più evoluto detto di Vipaśyanā (sans.), che letteralmente significa “super” visione, normalmente tradotto come visione profonda.
Sempre restando nell’alveo della mente ordinaria (tib. sems), Vipaśyanā è uno stato che, a partire dall'assenza di volatilità e torpore mentale e dalla consapevolezza dell’esaltante e beata funzionalità del rimanere concentrati in modo assorto ed esclusivo, spontaneamente e continuativamente per un tempo indefinito, aggiunge un’eccellente percettività e una chiara comprensione (ossia la chiarezza della triade quiete-chiarezza-benessere) di tutti i dettagli dell’oggetto di meditazione prescelto.
Nello stato di Śamatha, alla concentrazione assorta e al fattore incluso della percezione della funzionalità di quello stato, ai quali si giunge considerando un oggetto di meditazione eticamente neutro, si può integrare un’ulteriore tonalità costruttiva focalizzando oggetti eticamente positivi (vedi OLTRE AL RESPIRO) con un’individuazione (o indagine o investigazione) grossolana(1) delle caratteristiche generali, principali, dell’oggetto stesso (ad esempio, usando uno tra gli oggetti di concentrazione con la conoscenza).
Nello stato di Vipaśyanā l’eccellente percettività e la chiara comprensione sono il frutto dell’applicazione sull’oggetto di meditazione del fattore mentale del discernimento sottile (ossia un esame minuzioso) con il quale si verificano dettagliatamente tutti gli aspetti di quell’oggetto(2).
Né l’individuazione grossolana, né il discernimento sottile implicano necessariamente il pensiero verbale, tuttavia il pensiero verbale può promuovere l’insorgenza di questi due fattori.
Meditando per il conseguimento di Vipaśyanā anche Il fattore incluso di esaltazione e gioia per la funzionalità del mantenimento spontaneo della concentrazione assorta conseguito con il Śamatha si evolve, in quanto ora la percezione di funzionalità è estesa fino alla capacità di discernimento sottile.
Siccome l’autentico stato di Vipaśyanā segue il pieno conseguimento dello stato di Śamatha, insieme vengono denominati Coppia Unita. Ciò non significa che si debba iniziare a lavorare sulle pratiche discernenti solo se si è ottenuto completamente Śamatha.
Gli oggetti familiari di senso comune che rispondono a questo scopo sono detti oggetti diffusi di concentrazione che sono derivati mentali uniti al pensiero digressivo, ferme restando le categorizzazioni generali degli oggetti già esposte in una pagina dedicata (vedi OLTRE AL RESPIRO).
Anche per il conseguimento dello stato di Vipaśyanā ci sono dei passaggi preliminari.
In questo caso si basano sulla consapevolezza discriminante (o saggezza, sans. prajñā, tib. shes-rab), che è l’ultimo dei cinque fattori mentali di accertamento che accompagnano tutti i momenti di cognizione(3).
Con questo fattore mentale la coscienza analizza e differenzia le caratteristiche di un oggetto, discerne in modo decisivo se esso è costruttivo o distruttivo, corretto o scorretto, quali sono i suoi pregi e i suoi difetti, il tutto con un atteggiamento realistico, cioè congruo al reale modo di esistere dei fenomeni e delle cose.
Nel buddhadharma i modi realistici di considerare un oggetto si fondano su quattro assiomi:
- dipendenza: poiché ogni fenomeno, ogni risultato, dipende da cause e condizioni, se vogliamo sviluppare una qualità o la comprensione di un fenomeno dovremo investigare su quali cause e condizioni questa qualità o comprensione si basa;
Il secondo passaggio preliminare è detto della consapevolezza discriminante che sorge dalla riflessione, basata sul pensare alla definizione dell’oggetto o del fenomeno e sul ragionamento che spiega le qualità e le proprietà di quell’oggetto o fenomeno, al fine di ottenerne una comprensione inferenziale, un’idea significativa.
Il terzo passaggio preliminare è detto del dibattito, basato sulla condivisione e il confronto con altri praticanti, così da individuare eventuali lacune o errori della nostra linea di pensiero, allontanare l’indecisione vacillante e ottenere una convinzione ferma, precisa e corretta circa il significato e gli aspetti dell’oggetto e del fenomeno
Assunto l’atteggiamento meditativo e richiamato lo stato di Śamatha o quanto meno un ottimo acquietamento, si avvia una fase analitica di meditazione. Impropriamente, talvolta si confonde la meditazione analitica con l’intero processo discernente e i due termini vengono erroneamente intercambiati, come fossero sinonimi. In realtà la fase analitica è uno solo dei vari passaggi all’interno del processo meditativo discriminante.
Nella meditazione ad analisi si impiegano i fattori mentali dell’individuazione (o indagine) grossolana e del discernimento sottile di cui si è già detto pocanzi, e con essi si osservano i contenuti individuati e appresi con l’ascolto (o la lettura) e la riflessione, ripercorrendo il processo inferenziale e gli esiti del successivo dibattimento, così da convalidare e sintetizzare l’apprendimento degli aspetti e dei significati dell’oggetto o del fenomeno su ci si è deciso di applicarsi. In altre parole è la fase di studio, di ripasso, di ripetizione della "lezione" sull'oggetto da assimilare.
Usando un’immagine esemplificativa forse banale, più o meno accade come in quelle serie TV poliziesche quando il team che esegue le indagini popola un tabellone con gli indizi: foto delle vittime, degli indiziati, mappe, dati, orari, collegamenti. Ad un certo punto, guardando il tabellone tutto insieme, qualcuno si alza, mette il dito su un certo elemento e dichiara: “Ecco!”, come se la soluzione fosse stata sotto gli occhi di tutti sin dall'inizio, bastava osservarla, arrivarci usando gli occhi "giusti", quelli della visione profonda, della chiarezza cognitiva.
Lo scopo dell’accertamento analitico è proprio quello di arrivare a esclamare ”Ecco!”. L’emozione, lo stato mentale, che scaturisce dell’esperienza dell’”Ecco!” diventa l’oggetto meditativo dell’ultima fase, che è semplicemente una meditazione stabilizzante, la quale parte dallo stato di Śamatha e integra il fattore incluso della sensazione di sintesi scaturita dal discernimento analitico unito al fattore mentale della ferma convinzione, che è una delle coscienze secondarie di accertamento sempre presenti.
In questa ultima fase stabilizzante, si genera un’abitudine al contenuto del discernimento, che viene così interiorizzato, fissato mano a mano che il processo stabilizzante viene ripetuto nel tempo con regolarità.
Lo stato mentale che è la coppia unita Śamatha e Vipaśyanā perdura sia durante l’assorbimento meditativo, sia nel cosiddetto ottenimento susseguente o successivo (detto anche realizzazione susseguente o consapevolezza profonda, o saggezza post-meditativa), cioè una volta terminata la meditazione.
Attraverso la pratica meditativa discernente, invece, che tipo di abitudine si intende instaurare?
Si considerano schematicamente due finalità.
In primo luogo la generazione di uno stato mentale costruttivo tramite l’interiorizzazione dell’emozione o della sensazione risultante dall’accertamento analitico-processuale delle proprietà e degli aspetti grossolani e sottili di quello stato. L’accertamento è svolto tramite le pratiche preliminari e la meditazione analitica, atte a promuovere la consapevolezza discernente specifica di quello stato; l’interiorizzazione è ottenuta mediante una pratica concentrativa avente per oggetto quella stessa emozione. Un semplice esempio sono le meditazioni su ciascuna delle brahmavihāra.
In secondo luogo la generazione di un’aspirazione congrua con un obiettivo futuro che si è fortemente motivati e determinati ad ottenere. Il più classico esempio nell’ambito del buddhadharma è lo sviluppo di bodhicitta (mente del risveglio), cioè dell’intenzione di conseguire il risveglio per portare beneficio a tutti gli esseri senzienti.
Ad esempio una pratica discernente può essere abilmente impiegata per radicare una solida e resiliente struttura valoriale e motivazionale sottostante un processo decisionale e l’orientamento di un corso di azioni nella direzione di un obiettivo: Coaching all’ennesima potenza!