Bel guaio allora se ci si ritrova a credere in qualcosa di non collaborativo, di limitante, di depotenziante, di disfunzionale. Danneggiarci con le proprie mani, usare le nostre stesse energie per sabotarci fino alla beffa…
A che pro abbandonarci a certezze intellettuali e morali che ci sono antagoniste?
La prima: credere che un oggetto, o un fatto che lo riguarda, sia vero (tib. dad-pa) e di questo accettarne la realtà solo quando lo si può conoscere e accertare (vedi anche INSIGHT) e quando possiede potenzialità effettive e qualità buone.
Credere ad un oggetto di cognizione accertato e di buone qualità si fonda sulla ragione, schiarisce la mente, la depura dai fattori disturbanti, dà energia e mantiene un’aspirazione costruttiva su quell’oggetto o su quel fenomeno di realtà, sul quale fondare la determinazione dell’obiettivo e l’agentività per ottenerlo.
Ciò che nuoce, semplicemente, non deve ricevere l’energia della nostra attenzione.