“sri-bhagavan uvaca
asocyan anvasocas tvam
prajna-vadams ca bhasase
gatasun agatasums ca
nanusocanti panditah”.
“Il Signore Beato, disse:
Sebbene tu dica sagge parole,
ti affliggi senza ragione.
I saggi non si lamentano
né per i vivi né per i morti”.
Bhagavadgītā – śloka 2, 11 (§)
Non
chiedetemi perché. Altri si svegliano con in testa un jingle pubblicitario o la
hit estiva, io mi sveglio a modo mio, coN ottimY pensieri, con
intenzioni positive e con lemmi di vocabolario che ronzano per la testa.
E insieme al lemma appare l’immagine che lo accompagna, oggi truce: io con in pugno un bisturi, di fronte allo specchio – cosa? Volete sapere i dettagli? Siete più truci di me…mi pare una lama n°23 e la sto tenendo a palmo, da esame autoptico…contenti? – mentre annaspo tra i cassetti a cercare qualcosa per l’analgesia, che non trovo.
Meglio
così, penso, perché l’anestetico lo usano per l’ammaestramento.
E insieme al lemma appare l’immagine che lo accompagna, oggi truce: io con in pugno un bisturi, di fronte allo specchio – cosa? Volete sapere i dettagli? Siete più truci di me…mi pare una lama n°23 e la sto tenendo a palmo, da esame autoptico…contenti? – mentre annaspo tra i cassetti a cercare qualcosa per l’analgesia, che non trovo.
Eh sì, perché si
viene ammaestrati all’autocritica e l’insegnamento ricevuto più o meno
suona così: “…ben pochi sanno fare autocritica, sanno guardare i propri
difetti, le proprie mancanze…”; e noi che ci distinguiamo dalla massa e ci
pregiamo di essere sempre tra i pochi, o meglio ancora tra i rari,
col tempo, l’esercizio e le dosi tossiche di oppioidi, da ligi studenti
diventiamo sussiegosi maestri, integerrimi nel giudicare scarsa l’autocritica
altrui, specie se ci sentiamo in credito di qualcosa, quando si ha la pretesa
di ricevere scuse e risarcimenti, di vedere i ravvedimenti degli altri a vantaggio
nostro.
E dove puntiamo il dito? Verso difetti e mancanze…assenze, carenze, limiti…ma di cosa? Di potenzialità? Di abilità? Di risultati? Non sono forse solo delle quantificazioni, per di più misurate da una prospettiva negativa, all’interno di uno spettro di valori, punteggi che variano dinamicamente tra infiniti punti: dal totalmente assente al pienamente realizzato; dal distruttivo, al neutro, fino al costruttivo?
L'addestramento personale ci porta a determinare e a valorizzare
il punto in cui ci troviamo e a coprire la distanza che separa la nostra
esperienza attuale dall’essere più armonici, più evoluti, più realizzati.
Il coach professionista affianca il coachee durante il corso di azioni verso l’obiettivo e ne promuove al contempo l’addestramento personale; l’ammaestratore con gli oppiacei, che mai si è spostato dal via, ferma il malcapitato alunno, fa notare quanto gli manca ancora dalla meta, lo fa voltare indietro e, mostrandogli il pollice verso, lo schernisce con un “buuuuuuuh”.
La questione dell’autocritica ha risvolti meno
ovvi: certi, effettivamente, sono ben poco obbiettivi con se stessi, però nel
senso opposto, quello dell'eccesso, fino al punto di auto-svilirsi, auto-abbattersi
(non si sente parlare spesso di auto-sabotaggio?), fino a causarsi il decadimento dell'autostima e del senso di efficacia e di adeguatezza personale.
In psicologia positiva si parla anche di impotenza appresa.
A questo punto, davanti allo specchio, col bisturi
in mano e senza analgesico, così da essere lucidi e sensibili, perché non impariamo
la vera autocritica? Quella della recisione, del distacco dall’errore e dalla colpa – si badi
bene che non si parla di senso di colpa – che
sono poi le uniche condizioni eticamente negative sulle quali dovremmo
veramente, prima, applicare la critica riflessiva, dopodiché riequilibrare la situazione
e riparare gli eventuali danni causati dai nostri pensieri, dalle nostre parole
e dalle nostre azioni.
In particolare, quando occorre farlo, sarà prezioso imparare anche a (auto)chiederci (auto)scusa per tutte le volte che ci siamo sentiti in difetto mentre non lo eravamo, ci siamo impediti di fare, o anche solo di pensare, qualcosa "di più" per noi, e ci siamo impediti di riconoscere ciò che in realtà siamo perché abbiamo (auto)creduto di non essere "abbastanza".
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E dove puntiamo il dito? Verso difetti e mancanze…assenze, carenze, limiti…ma di cosa? Di potenzialità? Di abilità? Di risultati? Non sono forse solo delle quantificazioni, per di più misurate da una prospettiva negativa, all’interno di uno spettro di valori, punteggi che variano dinamicamente tra infiniti punti: dal totalmente assente al pienamente realizzato; dal distruttivo, al neutro, fino al costruttivo?
Il coach professionista affianca il coachee durante il corso di azioni verso l’obiettivo e ne promuove al contempo l’addestramento personale; l’ammaestratore con gli oppiacei, che mai si è spostato dal via, ferma il malcapitato alunno, fa notare quanto gli manca ancora dalla meta, lo fa voltare indietro e, mostrandogli il pollice verso, lo schernisce con un “buuuuuuuh”.
In particolare, quando occorre farlo, sarà prezioso imparare anche a (auto)chiederci (auto)scusa per tutte le volte che ci siamo sentiti in difetto mentre non lo eravamo, ci siamo impediti di fare, o anche solo di pensare, qualcosa "di più" per noi, e ci siamo impediti di riconoscere ciò che in realtà siamo perché abbiamo (auto)creduto di non essere "abbastanza".
(§)
Testo sanscrito translitterato in caratteri romani e tradotto a cura di Abhay
Charan De Bhaktivedanta Svami Prabhupada.