Win-win...che c’è di male se tutti vincono?
Se il gioco consente una strategia cooperativa, e se i tutti i partecipanti cooperano per benino, allora vincono tutti, proprio tutti.
Cooperare è veramente facile. Ci sono solo due regole: si può comunicare e si possono fare accordi!
Cosa si vince?
Fino a qualche tempo fa si diceva: “…per raggiungere uno scopo comune”.
Poi qualcuno su quel “comune” ha iniziato a
dire: “uhmmmm”. Io avrei detto uhmmmm anche sullo scopo (n.d.a.
ricordiamoci sempre la differenza tra scopo e obiettivo(1)).
Allora si è corretto il tiro, perché così com’era suonava troppo finalistico:
Allora si è corretto il tiro, perché così com’era suonava troppo finalistico:
“…per raggiungere un risultato condiviso”.
Mah… in parole povere: “comune” doveva essere uguale per tutti sin
dall’inizio; “condiviso” sarà uguale per tutti quando tutti si
metteranno d’accordo. In parole studiate: “condiviso” è processuale.
Ma se la strategia ha a che vedere con l’obiettivo da raggiungere (e con la guerra), quanto è strategico cooperare per condividere?
Per farla semplice, io win – tu win quando tu ed io abbiamo la percezione di aver conseguito ciascuno il proprio obiettivo: io, intanto, il mio; tu, forse, il tuo. Soddisfatti? Diciamo che non ci siamo palesemente danneggiati e scontentati, ma la possibilità che qualcuno, dopo, dica “mannaggia…” c’è sempre.
Estrapolando, taluni chiamano impropriamente win-win tutti quei rapporti tra due individui in cui le posizioni esistenziali individuali di ciascuno sono sane e ciascuno dei due vede se stesso come “Io sono OK” e vede l’altro come "Tu sei OK”(2).
Ma vedere sé stesso e l’altro cos’è?
Un indefinito sentirsi a proprio agio o disagio; un assecondare lo spontaneo moto di simpatia od antipatia? Allora ci sarà altro e altro…
Oppure un riconoscimento del valore del proprio essere ed una volontaria apertura ai valori del prossimo, di tutti gli altri(3)?
Già anticamente gli atteggiamenti e le relazioni umane venivano indagate e si individuavano schemi:
· io sono superiore ad (alcuni) altri;
· io sono pari
ad (alcuni) altri;
· io sono
inferiore ad (alcuni) altri;
· altri (ancora)
sono superiori a me;
· altri (ancora)
sono pari a me;
· altri (ancora)
sono inferiori a me;
· non c’è
nessuno superiore a me;
· non c’è
nessuno pari a me;
· non c’è
nessuno inferiore a me.
Così scriveva Vasubandhu diciassette secoli fa…parlava
dell’arroganza...
Ma se la strategia ha a che vedere con l’obiettivo da raggiungere (e con la guerra), quanto è strategico cooperare per condividere?
Per farla semplice, io win – tu win quando tu ed io abbiamo la percezione di aver conseguito ciascuno il proprio obiettivo: io, intanto, il mio; tu, forse, il tuo. Soddisfatti? Diciamo che non ci siamo palesemente danneggiati e scontentati, ma la possibilità che qualcuno, dopo, dica “mannaggia…” c’è sempre.
Estrapolando, taluni chiamano impropriamente win-win tutti quei rapporti tra due individui in cui le posizioni esistenziali individuali di ciascuno sono sane e ciascuno dei due vede se stesso come “Io sono OK” e vede l’altro come "Tu sei OK”(2).
Ma vedere sé stesso e l’altro cos’è?
Un indefinito sentirsi a proprio agio o disagio; un assecondare lo spontaneo moto di simpatia od antipatia? Allora ci sarà altro e altro…
Oppure un riconoscimento del valore del proprio essere ed una volontaria apertura ai valori del prossimo, di tutti gli altri(3)?
Già anticamente gli atteggiamenti e le relazioni umane venivano indagate e si individuavano schemi:
· io sono superiore ad (alcuni) altri;
...e come tutti i fattori mentali si manifesta in un
continuo che va dal grossolano al sottile, e che va da un’arroganza
esagerata alla (falsa) modestia.
Asaṅga, fratello maggiore di Vasubandhu, spiega che cos’è l’arroganza (tradotta anche come orgoglio): è una mente altezzosa; altezzosa perché si fonda, si identifica, su un Io come fosse monolitico, immutabile e non dipendente da altro e da altri; un Io, quindi, separativo, che impedisce di vedere le buone qualità altrui, di provare rispetto e apprezzamento per il prossimo, di imparare. Un Io abituato a credere nell’illusione si essere per l'appunto così.
Asaṅga, fratello maggiore di Vasubandhu, spiega che cos’è l’arroganza (tradotta anche come orgoglio): è una mente altezzosa; altezzosa perché si fonda, si identifica, su un Io come fosse monolitico, immutabile e non dipendente da altro e da altri; un Io, quindi, separativo, che impedisce di vedere le buone qualità altrui, di provare rispetto e apprezzamento per il prossimo, di imparare. Un Io abituato a credere nell’illusione si essere per l'appunto così.
· l’arroganza è una mente altezzosa che sente di essere migliore di qualcuno inferiore a me stesso in qualche qualità;
Quando ci sentiamo vincitori, anche se lo siamo insieme ad altri, al termine di una partita che vede solo vincitori e nessun sconfitto, quando ci compiacciamo della nostra abilità al gioco del win-win…con calma, nella solitudine e nel silenzio, osserviamoci; osserviamo come sta la nostra mente altezzosa.
· “io sono OK” e “tu sei OK” (scritto anche come ++) è una posizione sana che induce ad assumere un comportamento assertivo;
· “io sono OK” e “tu NON sei OK” (+-) è una posizione che induce comportamenti aggressivi, prevaricatori, oltraggiosi;
· “io NON sono OK” e “tu sei OK” (-+) è una posizione che induce comportamenti remissivi, paurosi, servili;
· “io NON sono OK” e “tu NON sei OK” (--) è una posizione che induce comportamenti cinici, futili.
Data una situazione di confronto tra due individui, è probabile che se entrambi, ciascuno per sé, hanno un approccio sano (++), giungeranno ad un risultato win-win; ciò non toglie che un risultato win-win possa essere raggiunto anche partendo da altre posizioni esistenziali.
· l’Io adulto è la parte capace di riconoscere e di ricavare il dato di realtà, di elaborarlo in un modo oggettivo e razionale, nel pieno delle proprie personali facoltà. Potrebbe orientarsi verso atteggiamenti aridi, freddi, certo, ma se ben sviluppato ed equilibrato è lo stato che permette un rapporto, sinteticamente, più sano con se stessi e con tutti gli altri;
· l’Io genitore che, detto molto brevemente, incorpora i modelli educativi ricevuti. A sua volta è suddiviso in una parte normativa (positivamente stabilisce valori e regole, insegna, guida… ma anche, negativamente, impone, giudica, punisce, svaluta…) ed in una parte affettiva (positivamente si prende cura, motiva, supporta…; negativamente è possessiva, iperprotettiva…). L’Io genitore può manifestarsi, si dice, attivamente, quando agisce come agivano gli adulti presi per modello di riferimento, oppure come influenza, quando agisce in base a come pensa che i modelli avrebbero voluto che avesse agito;
· l’Io bambino che incorpora
i modelli comportamentali, specie di emotività e spontaneità, della propria
infanzia. È
suddiviso in due parti, la parte adattata (bontà, obbedienza…) e la
parte naturale (allegria, spontaneità…) che sottostanno al controllo
(di un Io genitore altrui o del proprio), in modo positivo
(condivide i valori, rispetta le regole, collabora e si integra…) o negativo
(si sottomette alle regole, subisce, si compiange…), ed in due parti che non sottostanno
al controllo: quella libera, che, se positiva, si mostra aperta,
trasparente espressiva, se negativa tende a isolarsi e non si espone; quella ribelle
che, nel caso positivo, ha grande senso di indipendenza e di iniziativa, mentre
nel caso negativo si mostra sistematicamente in opposizione a tutto e a tutti.
Intersecando gli schemi delle posizioni esistenziali e
degli stati dell’Io è intuitivo vedere come la posizione sana “++” sia
promossa da un atteggiamento personale che sviluppa e manifesta tutte le
proprie parti positive, con particolare riferimento a quella adulta (ma non
solo quella), e che si pone attivamente per riconoscere e per contattare le parti positive nell'altro.