La prova di resilienza consiste nel rompere con un solo colpo, con una mazza a caduta pendolare (pendolo Charpy), una provetta intagliata nella sua metà e appoggiata su due sostegni.
La resilienza è data dal lavoro di rottura per provette con intaglio a V; [...] dal quoziente tra il lavoro di rottura e l'area della sezione della provetta [n.d.r. per provette con altre forme di intaglio].
da Manuale di Meccanica - Edizioni Scientifiche A. Cremonese, 1979
Applicata all'uomo, resilienza cosa significa?
A rigore vi occorrono due sostegni e un pendolo.
Putiamo caso che vi capiti di passare in un carrugio, a vostra insaputa, ahimè, malfamato.
I sostegni sono quei due figuri, comparsi alle vostre spalle, che ora vi tengono per i gomiti, così come i padri accompagnano le spose all'altare; il pendolo è il loro compare che subito dopo vi si para innanzi e vi colpisce; la resilienza è la fatica che gli fate fare per lasciarvi scippare di borsello e telefono.
Siccome non siete provette di acciaio ed essendo noto che non frequentate luoghi di dubbia fama, direi che la resilienza, decisamente, non fa al caso vostro.
L'introduzione caustica è per chiedervi: non trovate che "resilienza" (come anche "consapevolezza", certo) sia un termine ormai trito?
Sostituiamolo con un fattore mentale, un'emozione, a valenza costruttiva: perseveranza!
La perseveranza è la forza entusiasta di essere costruttiva.
Asaṅga(1) spiegò i suoi cinque aspetti:
- il coraggio
simile ad una corazza, per sopportare
le difficoltà, ottenuto ricordando a noi stessi la gioia con cui abbiamo
intrapreso ciò che abbiamo fatto;
- l’applicazione
nel compito costante e rispettosa di noi stessi;
- non
essere mai scoraggiati e non indietreggiare mai;
- non
ritirarsi mai;
- non
diventare mai compiacenti.
Riflettete sulle parole di Asaṅga. Fatele vostre. Sarete ben più che resilienti.
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(1) Asaṅga (Puruṣapura-India [oggi Peshàwar-Pakistan] 300 ca. - 370 ca.) monaco, fondatore della scuola buddhista Mahāyāna Cittamātra (detta anche Yogācāra).